Previsioni prezzo oro, il metallo giallo resta fragile sotto i 4.500 dollari tra tensioni e tassi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta europea di mercoledì ha consegnato agli operatori un quadro tutt’altro che chiaro per il metallo giallo, con il lingotto che continua a muoversi al di sotto della soglia psicologica dei 4.500 dollari l’oncia – un livello, quest’ultimo, che rappresenta ormai da settimane un vero e proprio muro contro ogni tentativo di recupero strutturale.

Nonostante le fiamme di un conflitto acceso in Medio Oriente, quello che tradizionalmente viene percepito come il bene rifugio per eccellenza sembra aver perso la sua bussola, vittima – a ben vedere – di un meccanismo perverso in cui la paura per l’inflazione finisce per alimentare la forza del biglietto verde.

È una dinamica complessa, e forse controintuitiva, quella che vede il dollaro rafforzarsi proprio in concomitanza con l’aumento dell’avversione al rischio: un fenomeno che di fatto schiaccia le quotazioni dell’oro, reso meno appetibile anche dal confonto con i rendimenti obbligazionari (cedole che, lo ricordiamo, il lingotto non offre).

Un bene rifugio in difficoltà, tra tassi reali e corsa alla liquidità

L’analisi meramente tecnica, in queste ore, restituisce l’immagine di un asset fragile: dopo aver toccato i minimi degli ultimi due anni – con punte di 4.388 dollari registrate nelle contrattazioni spot – l’oro fatica a reagire, complice un contesto di tassi di interesse che il mercato dà per destinati a restare alti ancora a lungo.

Ciò che appare particolarmente interessante, osservando i flussi, è il cortocircuito generato dalla natura stessa dello shock geopolitico: se da un lato l’escalation in Medio Oriente spinge teoricamente verso la ricerca di protezione, dall’altro l’impennata del prezzo del petrolio (e quindi le pressioni inflattive conseguenti) alimenta le aspettative di una Federal Reserve ancora più falco.

Ecco che allora la “corsa alla liquidità” in dollari prevale sull’istinto di acquisto del metallo prezioso, un meccanismo – spiegano gli analisti – che non cancella la natura di bene-rifugio dell’oro, ma ne rende la reazione molto meno lineare rispetto ai manuali di qualche decennio fa.

La scommessa strutturale delle banche centrali e lo spettro della de-dollarizzazione

A cambiare le carte in tavola, in questa fase, non è però solo la danza dei rendimenti reali o le mosse della Fed: c’è un fenomeno più profondo, che riguarda la natura stessa del sistema monetario internazionale. Dopo anni in cui veniva considerato un “relitto del passato”, l’oro sta vivendo una seconda giovinezza come strumento geopolitico, alimentato da un progressivo (e forse inarrestabile) processo di diversificazione delle riserve.

Le banche centrali, specialmente quelle dei mercati emergenti, continuano ad accumularlo nonostante i prezzi storicamente elevati: un comportamento, questo, che va ben oltre la semplice copertura tattica dall’inflazione e che affonda le radici nella crescente sfiducia nei confronti del biglietto verde e delle sanzioni finanziarie. Non è un caso che colossi come JPMorgan e Goldman Sachs mantengano obiettivi di prezzo ambiziosi per la fine dell’anno (si parla di ritorno verso i 5.

400 dollari, se non oltre), scommettendo su una domanda istituzionale che – proprio come un pavimento – dovrebbe sorreggere le quotazioni nonostante la volatilità a breve termine.

Mercati azionari a razzo, il paradosso dell’estrattore a sconto

Mentre i listini azionari, spinti dal nuovo boom dei chip e apparentemente immuni alle sirene della guerra, continuano a macinare massimi storici, il grande sconfitto di questo trimestre rimane quindi l’investitore in oro fisico. Il paradosso, in questo contesto, è rappresentato dalle società minerarie: azioni degli estrattori che, scontando il ribasso del greggio e le difficoltà operative, vengono talvolta proposte come un’alternativa “a sconto” per chi vuole mantenere una certa esposizione al ciclo dell’oro senza comprare il lingotto diretto.

Si tratta di una scelta, tuttavia, che introduce una variabile industriale aggiuntiva (costi di produzione, gestione del debito) lontana dalla purezza del bene rifugio. La fotografia scattata a fine maggio, con l’oro che tenta timidi approcci a quota 4.440 dollari, consegna quindi un mercato spaccato in due: da una parte il breve termine ostaggio dei rendimenti Usa, dall’altra una domanda strutturale (quella delle banche centrali e dei risparmiatori asiatici) che continua a vedere nel metallo giallo un’assicurazione contro l’instabilità del sistema valutario occidentale.

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