L’oro di Favaretto e l’argento di Errigo: l’Italia del fioretto si prende la scena mondiale a Hong Kong
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Redazione Sport
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La voce di Arianna Errigo era quasi un sospiro, ridotta a un filo da un virus che ne aveva messo a dura prova il fisico nelle settimane precedenti la rassegna iridata, eppure la fiorettista azzurra non ha voluto cercare alibi né giustificazioni. Dall’altra parte, Martina Favaretto faticava a trovare le parole, ma per un motivo diametralmente opposto: la gioia per un oro individuale inseguito per anni e finalmente conquistato, proprio contro la compagna di squadra che per lei rappresenta un punto di riferimento costante.
Le due atlete italiane, che hanno regalato al pubblico di Hong Kong una finale tutta tricolore, si sono raccontate al termine della gara con stati d’animo diversi ma ugualmente intensi, restituendo il ritratto di una scherma italiana che, nel fioretto femminile, continua a esprimere un livello assoluto.
L’attesa infinita di Martina Favaretto: dal doppio bronzo all’oro mondiale
Per Martina Favaretto, l’oro di Hong Kong non è stato un traguardo improvviso, ma piuttosto il coronamento di un percorso costellato di piazzamenti che avevano già acceso i riflettori sulle sue qualità, senza però regalarle il gradino più alto del podio. «Le sensazioni? Non so descriverle nemmeno io, lo volevo tanto e mi chiedevo se sarebbe mai arrivato perché mi sono piazzata terza per due volte al Mondiale», ha confessato la nuova campionessa del mondo, lasciando trasparire tutta l’emozione di un sogno che a lungo era sembrato sfuggente.
I due bronzi iridati precedenti rappresentavano già un biglietto da visita di tutto rispetto, ma per un’atleta del suo calibro, abituata a lottare per le posizioni che contano, la medaglia d’oro aveva il sapore di una rivincita personale, di una risposta a quei dubbi che inevitabilmente affiorano quando il risultato massimo tarda ad arrivare.
La finalissima di Hong Kong, peraltro, non era un match qualsiasi: di fronte aveva la sua connazionale e mentore, una schermitrice che ha scritto pagine importanti della storia di questa disciplina, e superarla proprio nell’assalto decisivo ha reso la vittoria ancora più significativa, al punto che la stessa Favaretto ha descritto la sensazione come «indescrivibile».
Arianna Errigo, la lezione di resilienza: «Il manuale di come non arrivare a un Mondiale»
E se per Favaretto la gioia era esplosiva e totalizzante, per Arianna Errigo l’argento porta con sé il sapore amaro di una preparazione funestata da problemi fisici, ma anche la soddisfazione per una prestazione che rasenta l’eroico. «Viste le ultime settimane credo che oggi ho fatto una gara incredibile.
Sono arrivata in condizioni pessime, forse è il manuale per come non arrivare ad un Mondiale, dalla a alla z, però sono riuscita a scrivere il manuale di come poterlo comunque portare a casa», ha spiegato la veterana della nazionale, con una voce che tradiva lo sforzo delle scorse giornate, ma non la determinazione.
L’infezione virale che l’ha colpita ha messo a dura prova la sua preparazione, minando le certezze e costringendola a gestire energie ridotte al lumicino, eppure Errigo ha trovato la forza di avanzare fino alla finale, battendo avversarie agguerrite e dimostrando che la classe e l’esperienza non si cancellano con un malanno di stagione.
A prescindere dal colore della medaglia, la fiorettista di origine pugliese ha voluto ribadire il valore della sua prestazione, quasi a voler trasformare un argento in un oro morale: «A prescindere da tutto, è un argento vinto», ha affermato, chiudendo con una frase che suona come una dichiarazione di principio più che come un semplice commento a caldo.
Un confronto generazionale che non è un passaggio di consegne
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle dichiarazioni delle due atlete riguarda il rapporto tra la giovane Favaretto, classe 2001, e la trentacinquenne Errigo, simbolo di una generazione che ha dominato la scena internazionale per oltre un decennio.
La neocampionessa mondiale è stata chiarissima nel respingere l’idea che il suo oro possa rappresentare un passaggio di testimone o una sorta di avvicendamento al vertice della disciplina: «Mi sembra un po' troppo, non voglio prendermi questo peso perché Arianna è una campionessa infinita e lo è ancora adesso, non si può dire che è il passato ma è il presente».
Con queste parole Martina ha voluto mettere un freno a qualsiasi narrazione che voglia vedere in lei l’erede designata, quasi a difendere lo spazio e il valore della sua avversaria e compagna di squadra, che continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per l’intero movimento. In fondo, la finale di Hong Kong ha fotografato perfettamente questa dinamica: da un lato l’esplosione di una giovane promessa che si trasforma in certezza, dall’altro la resistenza di una fuoriclasse che, nonostante le avversità, è ancora in grado di lottare per le posizioni più alte.
Una competizione sana, nel segno del rispetto reciproco, che conferma la ricchezza della scuola italiana di fioretto e la sua capacità di produrre talenti in grado di confrontarsi e crescere insieme, senza che l’una debba necessariamente cancellare l’altra.
L’Italia del fioretto femminile guarda al futuro con due regine
Al di là dei singoli risultati, il Mondiale di Hong Kong ha regalato alla scherma italiana un momento di grande prestigio, con il podio individuale del fioretto femminile colorato di azzurro per intero e con due atlete che, per motivi diversi, hanno saputo emozionare il pubblico. Favaretto, con la sua gioia finalmente liberata e quel bronzo che diventa oro, rappresenta la continuità di un vivaio che non smette di sfornare campionesse, mentre Errigo, con la sua resilienza e la capacità di trasformare le difficoltà in carburante, incarna la leadership e l’esempio per le generazioni più giovani.
La circostanza che entrambe abbiano vissuto la finale con approcci così differenti – la prima quasi senza voce per l’entusiasmo, la seconda senza voce per il malanno ma altrettanto determinata – non fa che arricchire il racconto di una giornata storica per il fioretto italiano. Mentre la polvere delle pedane di Hong Kong si posa, il movimento può guardare ai prossimi impegni con la consapevolezza di poter contare su due atlete di livello mondiale, capaci di spingersi a vicenda verso traguardi sempre più ambiziosi, senza che l’una debba necessariamente eclissare l’altra.
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