Dubai, la guerra vista dagli italiani: tra lo choc dei turisti e la normalità ostentata degli expat

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel fuggi-fuggi generale che nelle ultime settimane ha caratterizzato la risposta occidentale alla crisi mediorientale, con decine di migliaia di connazionali rimasti temporaneamente bloccati negli Emirati a causa della chiusura degli spazi aerei, emerge una narrazione parallela e per certi versi spaccata in due. Da un lato ci sono i turisti, quelli che magari erano partiti per una vacanza alle Maldive e si sono trovati loro malgrado dirottati in una zona di guerra, e dall’altro ci sono i residenti, quella folta comunità di italiani che a Dubai ci vive e ci lavora, spesso con contratti dorati e un regime fiscale vantaggioso che rende l’ipotesi del rientro in patria, come minimo, una chimera. “Chi ci vuole tornare in Italia? Noi stiamo molto bene qui”, è il mantra che rimbalza sui social network, un tentativo, forse, di esorcizzare la paura o di tranquillizzare committenti e follower in un momento in cui il cielo di Dubai, solitamente terso e patinato, si è riempito di scie luminose non proprio amichevoli.

La notte tra il 28 febbraio e il primo marzo, quando l’Iran ha lanciato la sua offensiva in risposta agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha rappresentato uno spartiacque. Chi si trovava negli Emirati ha sentito i boati, ha visto le esplosioni in aria dei missili intercettati dal sistema di difesa THAAD e dai Patriot PAC-3, un muro difensivo a più strati che, secondo i dati ufficiali, avrebbe neutralizzato la quasi totalità dei 174 missili balistici e dei 689 droni in arrivo. Eppure, per chi non è abituato al suono della guerra, quei boati restano terrificanti. Nei corridoi degli hotel, come quello dove alloggiava la cantante BigMama, la paura era palpabile, con decine di italiani riuniti nell’atrio dopo aver sentito il primo missile intercettato sopra la struttura, un’esperienza che l’artista irpina ha definito a posteriori come un vero e proprio incubo, fatto di rumori assordanti e di quella sensazione di impotenza che coglie chi si trova lontano da casa e dal proprio nucleo affettivo.

Lo scudo emiratino e la psicologia della resilienza forzata

A rendere meno drammatica la percezione del pericolo per chi risiede stabilmente nell’emirato è stata però la macchina organizzativa del governo locale. Le autorità, consapevoli che l’immagine di Dubai come oasi sicura in una regione instabile è il vero carburante della sua economia, hanno subito attivato un piano di comunicazione volto a rassicurare residenti e investitori. La ministra per la Cooperazione Internazionale, Reem Al Hashimy, è intervenuta pubblicamente per spiegare che i rumori sentiti in città erano semplicemente il suono delle intercettazioni, e che i danni, seppur presenti come nel caso del resort a cinque stelle finito in fiamme o dell’aeroporto di Abu Dhabi colpito da detriti, erano sostanzialmente contenuti e dovuti alla caduta di frammenti. È in questo contesto che si inserisce la strategia comunicativa degli influencer e degli imprenditori digitali italiani, i quali, dopo aver passato le prime ore nel panico più totale – come documentato da alcuni video in cui si sentivano le urla e la paura – hanno progressivamente virato verso un racconto di resilienza e normalità. Un cambio di rotta che sa quasi di obbligo professionale, perché il loro brand personale è costruito sull’immagine di successo e serenità che Dubai incarna e che, in tempo di crisi, non può essere tradita.

Si moltiplicano così i video che mostrano la vita che scorre immutata: aperitivi nei grattacieli, tramonti sulla spiaggia, cene sul tetto delle ville con gli Emiri che, per l’occasione, si mostrano nei centri commerciali quasi a voler testimoniare di persona l’assoluta sicurezza del territorio. Una narrazione, questa, che stride profondamente con le testimonianze di chi, come l’ingegnere spoletino Marco Peruzzi, ha scelto di restare chiuso in casa, aspettando che la situazione migliori e ricordando, per certi versi, le restrizioni del periodo Covid. O come Andrea Vento, altro volto noto del web, che nei primi momenti aveva confessato di aver passato la notte più lunga della sua vita, spostandosi con la famiglia in un altro emirato per cercare riparo. La paura, insomma, c’è stata eccome, ma è stata rapidamente metabolizzata e trasformata in contenuto, in un messaggio di fiducia verso un governo che ha speso oltre 12 miliardi di dollari in pochi giorni per abbattere le minacce.

I numeri della presenza italiana e il nodo della sicurezza

Siamo di fronte a una comunità di proporzioni rilevanti. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel corso delle comunicazioni urgenti in Parlamento, ha fornito i numeri di una presenza italiana nella regione che sfiora le settantamila unità, di cui quasi l’ottanta per cento costituito da residenti stabili, con una concentrazione di circa trentamila persone solo tra Dubai e Abu Dhabi. Una comunità, quella degli expat, che include professionisti, imprenditori, ma anche militari italiani di stanza in Kuwait e personale impiegato nelle basi della coalizione. Per queste persone, il concetto di “fuga” non è così semplice come per un turista. C’è il lavoro, ci sono gli investimenti, c’è una vita costruita sulla sabbia, e tornare in Italia significherebbe spesso rimangiarsi promesse di carriera e agevolazioni fiscali che altrove sarebbero impensabili.

Ciononostante, gli attacchi hanno aperto una crepa nell’immagine di inviolabilità degli Emirati. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, rientrato precipitosamente da Dubai dove si trovava in vacanza con i figli – e per questo oggetto di polemiche politiche – ha usato parole nette in audizione: un attacco come quello subito da Dubai, se fosse avvenuto in Italia, avrebbe fatto molto peggio, perché i sistemi di difesa europei sono indietro di anni rispetto a quelli schierati nel Golfo. Una ammissione che spiega anche perché gli italiani residenti laggiù, nonostante tutto, tendano a sentirsi più protetti lì che in patria, circondati da uno scudo antimissile che pochi altri paesi al mondo possono vantare. Ma è anche una constatazione che introduce un dubbio amletico: fino a quando questo scudo potrà reggere? Le indiscrezioni raccolte da Bloomberg parlano di scorte di missili intercettori che, con l’attuale ritmo di fuoco, potrebbero esaurirsi in una settimana, un conto alla rovescia che nessun influencer mostrerà mai nei propri video patinati.

Il rientro di BigMama e la rabbia per gli attacchi subiti

Se per i residenti la vita continua, per i turisti bloccati l’incubo si è concluso solo nei giorni scorsi, grazie all’attivazione della Task Force Golfo della Farnesina e all’organizzazione di voli charter che hanno permesso il rimpatrio di centinaia di connazionali. Tra questi, la rapper BigMama, rientrata in Italia il 5 marzo dopo essere rimasta bloccata per quasi una settimana in un hotel a Dubai con la sua ragazza. Il suo racconto, affidato alle stories di Instagram, restituisce la dimensione cruda di quanto accaduto: l’aereo dirottato su Fujairah, il trasferimento in pullman fino a Dubai, e poi quel boato appena entrata in camera, quel missile intercettato sopra l’albergo che l’ha fatta scendere di corsa nell’atrio, dove ha trascorso i giorni successivi insieme ad altri italiani. Una testimonianza che ha scatenato una valanga di critiche sui social, con hater che l’hanno accusata di aver chiesto aiuto al governo pur avendo in passato criticato l’esecutivo su temi etici e di libertà.

La risposta dell’artista è stata feroce: "Vergogna a chi ci ha augurato di morire lontani da casa", ha scritto, rivendicando il diritto di ogni cittadino italiano, a prescindere dalle opinioni politiche, di chiedere soccorso quando si trova in pericolo. Ha ringraziato pubblicamente l'ambasciatore Lorenzo Fanara per il supporto, e ha voluto sottolineare una differenza sostanziale che pochi, nel dibattito social, hanno colto: quella tra chi vive un evento del genere chiuso in una camera d'albergo di una città che non conosce, lontano da tutto, e chi invece in quella città ha casa, famiglia, amici e conoscenze che gli permettono di affrontare la crisi con ben altre risorse. Una distinzione che spiega, forse, la polarizzazione delle reazioni: da un lato il terrore dei turisti in balia degli eventi, dall'altro la messa in scena di una normalità a tutti i costi da parte di chi, per contratto con i propri follower, deve continuare a vendere il sogno di Dubai, anche mentre i cieli si infiammano.

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