La guerra in Iran fa tremare la filiera del farmaco e l’agricoltura: costi alle stelle e merci bloccate
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Redazione Economia
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Il conflitto in Medio Oriente, con le operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele iniziate lo scorso 28 febbraio, sta producendo effetti a catena che dallo Stretto di Hormuz si riverberano direttamente sui settori produttivi italiani, dalla farmaceutica all’agricoltura. Se l’attenzione rimane concentrata sugli sviluppi bellici, è nei mercati delle materie prime e nelle logistiche commerciali che si registrano i primi, concreti contraccolpi. L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, conseguenza diretta dell’instabilità in una regione cruciale per l’approvvigionamento energetico mondiale, sta infatti già modificando i costi di produzione e trasporto.
L’allarme di Doc Pharma: trasporti più cari e rischio forniture
Nel settore farmaceutico la preoccupazione è palpabile, soprattutto per quanto riguarda la disponibilità futura di alcuni medicinali. Riccardo Zagaria, amministratore delegato di Doc Pharma, azienda di primo piano nel mercato dei farmaci fuori brevetto, ha lanciato un allarme preciso: la guerra in Iran sta determinando un aumento dei prezzi del trasporto che, inevitabilmente, si tradurrà in un “quasi certo aumento dei costi” per i produttori. La variabile determinante, come sottolineato dallo stesso Zagaria, sarà la durata del conflitto; più si protrarrà l’emergenza, maggiori saranno le ripercussioni sul prezzo dell’energia e del petrolio, fattori che incidono pesantemente sulla struttura dei costi dell’intera filiera. Un quadro, questo, che genera una preoccupazione definita “medio-alta” per il rischio concreto di possibili rotture di stock.
Il grido d’allarme di Coldiretti: vivaisti in ginocchio e export a rischio
Parallelamente, l’agricoltura italiana sta già contando i danni. Nel corso dell’assemblea di Coldiretti Sicilia, tenutasi a Palermo alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida, è emerso un quadro drammatico per il comparto del florovivaismo. Gli effetti del conflitto si sono tradotti in una raffica di disdette per ordini già concordati: mille container di fiori siciliani, pronti a salpare verso mercati chiave come Dubai, Arabia Saudita e Kuwait, risultano al momento bloccati. A questo si aggiunge il costo del gasolio agricolo, schizzato alle stelle e oggetto di una denuncia presentata da Coldiretti alla Procura della Repubblica per presunte speculazioni. Il danno stimato per i soli vivaisti siciliani si aggira attorno ai cento milioni di euro, ma il pericolo più grande riguarda l’intero export agroalimentare del Made in Italy, che in Medio Oriente vale oltre due miliardi e rischia di essere compromesso.
Il caro-urea e lo spettro della fame nel mondo secondo il Wfp
L’instabilità bellica si riflette pesantemente anche sul mercato dei fertilizzanti. La chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale, ha provocato una stretta immediata sui prezzi dell’urea, il cui andamento è strettamente legato a quello del gas. Le ultime rilevazioni della Borsa merci di Torino, datate 5 marzo, fotografano un aumento del 24 per cento dall’inizio dell’anno, con l’urea agricola arrivata a quotare 665 euro a tonnellata. Una crescita, questa, che rischia di gravare ulteriormente sui costi delle aziende agricole.
Le conseguenze di questa escalation, però, non si fermano ai confini dei Paesi industrializzati. Il World Food Programme ha lanciato un monito chiaro: l’impennata dei prezzi di carburante e generi alimentari colpirà con maggior violenza le popolazioni più vulnerabili, aggravando la crisi alimentare globale. La riduzione del traffico marittimo, l’aumento dei rischi per la navigazione e la conseguente deviazione delle rotte commerciali stanno già creando strozzature logistiche che, se protratte, rischiano di tradursi in un aumento della fame in vaste aree del pianeta, con un effetto domino i cui esiti sono, al momento, difficilmente prevedibili.




