Le salme di Diogo Jota e del fratello arrivano a Gondomar, mentre il calcio piange la tragedia
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Redazione Sport
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Nelle prime ore del 4 luglio, mentre il cielo sopra Gondomar cominciava a schiarirsi, due bare hanno fatto ritorno nella città natale di Diogo Jota e di suo fratello André Silva. Il calciatore del Liverpool e della nazionale portoghese, insieme al fratello ventiseienne, aveva perso la vita poche ore prima in un incidente stradale lungo l’autostrada A-52, nei pressi di Zamora, nel nord-ovest della Spagna. La Lamborghini su cui viaggiavano, secondo le prime ricostruzioni, avrebbe perso il controllo poco dopo la mezzanotte, finendo fuori strada e prendendo fuoco in un tratto isolato della carreggiata.
La notizia, rimbalzata immediatamente attraverso i media internazionali, ha scatenato un’ondata di dolore ben oltre i confini del Portogallo e dell’Inghilterra, dove Jota aveva conquistato il pubblico non solo per le sue doti tecniche, ma anche per la personalità riservata e professionale. Mohamed Salah, suo compagno di squadra al Liverpool, è stato tra i primi a rendergli omaggio sui social, definendolo “un uomo speciale” e ammettendo di non riuscire a “credere che non ci sarà più quando torneremo”.
Quello che ha colpito molti, oltre alla tragica dinamica dell’incidente – ancora al vaglio delle autorità spagnole – è stato il senso di vicinanza che tifosi e semplici appassionati hanno manifestato verso un atleta che, pur non conoscendolo personalmente, sentivano parte della propria quotidianità. Un fenomeno, quello del lutto parasociale, che si ripete ogni volta che una figura pubblica scompare in modo così improvviso, lasciando un vuoto che va oltre il campo di gioco.




