Pasubio, la caduta nel vuoto durante l’arrampicata: morti due giovani vicentini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una domenica di sole, quelle che di solito portano i fotografi a scattare cartoline, si è trasformata in un fronte di tragedia silenziosa sulle Prealpi Vicentine. Nella tarda mattinata di oggi, precisamente intorno alle 11:30, due giovani alpinisti hanno perso la vita sul Monte Pasubio, precipitando per oltre cento metri lungo la parete del Sojo d’Uderle.

La notizia, sebbene ancora frammentaria nelle dinamiche, ha già scosso profondamente l’ambiente della montagna veneta: le vittime, un ragazzo del 2000 e una ragazza del 2001 (le fonti parlano di un’età oscillante tra i 24 e i 26 anni a seconda delle prime ricognizioni), stavano affrontando lo “Spigolo Boschetti-Zaltron”. Una via che molti conoscono, una di quelle che richiedono concentrazione e che, in un attimo di distrazione o di errore tecnico, non perdona.

La chiamata di soccorso e i testimoni

A dare l’allarme, una decina di minuti dopo l’impatto, è stata un’altra cordata che si trovava sulla stessa via di salita e che ha assistito alla scena. Quegli scalatori, che probabilmente condividevano con le vittime la passione per il rischio calcolato, sono diventati improvvisamente spettatori impotenti di un volo nel vuoto. La loro segnalazione, per quanto rapida, ha innescato la macchina dei soccorsi: è stato attivato immediatamente il Soccorso Alpino di Schio, supportato dall’elicottero di Trento.

Le condizioni meteo, tuttavia, hanno subito complicato ogni manovra. La nebbia, quella nebbia fitta che avvolge le cime come un sudario improvviso, ha impedito al velivolo di effettuare il recupero diretto delle salme dalla parete, costringendo i tecnici a operazioni piú lente e dolorose via terra.

L’identikit delle vittime e il terzo uomo

Le vittime, come detto, sono due giovani residenti nel Vicentino: lui, 26 anni, era un vigile del fuoco in servizio presso il comando di Asiago; lei, 24 anni, era di Schio. Una coppia di amici, forse anche piú che amici, che aveva scelto di passare la giornata su una delle pareti piú suggestive delle Dolomiti. E c’è un dettaglio che rende il racconto ancora piú aspro, se possibile: con loro, sulla parete, c’era un terzo alpinista, un compagno di cordata che ha visto i due precipitare mentre lui, per un soffio, è rimasto aggrappato alla roccia.

Questo superstite, recuperato in stato di shock dall’elisoccorso, è l’unico testimone diretto di quanto accaduto, anche se al momento gli inquirenti non hanno ancora potuto ascoltarlo a fondo data la gravità del suo trauma psicologico.

Il recupero e le indagini

Sul posto, dopo la constatazione del decesso (per entrambi non c’era piú nulla da fare nonostante l’arrivo del medico a bordo dell’elicottero), i soccorritori hanno dovuto imbarellare i corpi e trasportarli a braccia fino alla strada piú vicina, in un’operazione lunga e complessa resa insidiosa dalla scarsa visibilitá. Gli accertamenti del caso sono ora nelle mani dei tecnici del Soccorso Alpino e delle autoritá competenti. Si cerca di capire se sia stato un cedimento dei chiodi, un errore di manovra o un semplice passo falso a scatenare la tragedia.

Quello che appare chiaro, osservando i rilievi, è che la caduta sia stata fatale: oltre cento metri di volo prima dell’impatto con il fondo valle, un’altezza che non lascia scampo. La montagna, in questa domenica di metá giugno, ha riconfermato la sua natura indifferente alle etá e ai sogni di chi la sfida.

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