Freddie Mercury, la mostra al Victoria and Albert Museum e i 5 look che hanno fatto la storia del rock

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il 5 settembre del 1946 nasceva a Zanzibar Farrokh Bulsara. Ottant'anni dopo, la sua figura non smette di esercitare un fascino inesauribile su generazioni di appassionati, tanto che il Victoria and Albert Museum di Londra gli dedica un percorso espositivo che si propone di ripercorrere la carriera del frontman dei Queen a partire da uno degli elementi che ne hanno definito l'immagine, cioè i suoi costumi di scena. In programma dal 24 ottobre 2026 al 17 gennaio 2027, "Freddie Mercury.

Splendid Things" ospiterà otto outfit originali, sette dei quali prestati dalla storica amica Mary Austin, in un itinerario gratuito curato dallo scenografo Tom Piper che li metterà in dialogo con le collezioni permanenti del museo di South Kensington.

Le tappe del percorso, scandite da interventi di luce, suono e scenografia, vogliono restituire la complessità di un artista che considerava ogni indumento non come un semplice accessorio ma come parte integrante della performance, pensato per essere immediatamente riconoscibile e per completare la propria trasformazione sul palco.

La tuta alata di Bohemian Rhapsody

Tra i capi che verranno esposti al V&A, la tuta Mercury Wing occupa un posto di primo piano: è quella che Freddie indossò nel celebre video promozionale di Bohemian Rhapsody e durante il tour di A Night at the Opera nel 1975 e nel 1976. Il cantante si presentò dalla designer Wendy de Smet con un disegno a matita in cui immaginava un catsuit bianco in stretch satin, aderente come una seconda pelle, con scollo profondo e pantaloni svasati, ma l'idea aveva una genesi più raffinata di quanto si possa pensare.

Perché Mercury guardava a The Fairy Feller's Master-Stroke, il dipinto visionario del pittore vittoriano Richard Dadd che aveva già ispirato una canzone dei Queen, e intendeva apparire come una sorta di divinità mercuriale, quasi mitologica.

De Smet aggiunse pannelli trapuntati a forma di piume su maniche e gambe e costruì un bolero che, a braccia aperte, si trasformava in un paio d'ali, eppure non fu sufficiente per un artista che amava intervenire in prima persona sulla confezione dei propri abiti, al punto che fu lo stesso Mercury a cucire alcune parti della tuta, come i pannelli delle gambe e le staffe sotto i piedi.

Il costume aveva anche un suo negativo, perché per la seconda parte dei concerti il cantante passava ai catsuit neri della cosiddetta "Black Queen", trasformando il proprio aspetto per giocare sulla contrapposizione fra luce e oscurità che attraversava il repertorio dei primi Queen.

Il mantello di Made in Heaven e l'influenza del balletto

Dieci anni più tardi, la scala cambia radicalmente e Mercury si confronta con un'estetica più marcatamente operistica. Per il video del singolo solista Made in Heaven, nel 1985, la designer Diana Moseley realizzò un costume composito che univa un corpetto asimmetrico in vinile nero a leggings rossi attraversati da applicazioni scure, e soprattutto a un lunghissimo mantello in seta Habutai rossa, realizzato da Ken White.

L'omaggio al balletto non era casuale perché Mercury, da anni appassionato di quella disciplina, si era già esibito al London Coliseum nel 1979 per un gala del Royal Ballet, eseguendo una coreografia preparata per lui da Wayne Eagling. Il costume di Made in Heaven, che sarà esposto in mostra, trasforma quella fascinazione in un'immagine potentissima, in cui le suggestioni di Dante e della Sagra della Primavera si fondono con la cifra glamour che caratterizza l'ultima fase della sua carriera.

La corona del Magic Tour e la canotta del Live Aid

L'immaginario regale, del resto, è sempre stato centrale nell'iconografia di Mercury: la corona di velluto e il mantello indossati nell'ultimo concerto della band a Knebworth nel 1986, durante il Magic Tour, rappresentano il coronamento di un'ossessione estetica che rimanda al nome stesso dei Queen. Lo stesso cantante aveva disegnato il logo della band e non perdeva occasione di giocare con le insegne della monarchia britannica, presentandosi sul palco come un sovrano del rock in una sorta di parodia sublime.

La mostra, tuttavia, include anche i look della quotidianità e delle esibizioni più iconiche, come la canotta bianca e il paio di jeans Wrangler indossati al Live Aid del 1985, un outfit che sembrerebbe minimale rispetto al resto del guardaroba ma che è rimasto impresso nella memoria collettiva come uno dei momenti più alti della storia del rock.

Lo stesso spirito di trasgressione si ritrova nel drag di I Want to Break Free e nel completo rosa di The Great Pretender, due capi che appartengono allo stesso archivio visivo e che il museo ha scelto di affiancare ai cinque look ufficialmente esposti per restituire la carica eversiva di un artista che ha saputo giocare con gli stereotipi di genere come pochi altri.

L'omaggio di Wembley tra arte di strada e memoria collettiva

Il rapporto di Freddie Mercury con Londra, e in particolare con Wembley, è stato così profondo da meritare un ulteriore omaggio in occasione dell'ottantesimo compleanno: lo street artist Frank Styles ha realizzato un murale anamorfico intitolato "I'm Mr Mercury" che si estende su tutti i 58 gradini delle Spanish Steps di Wembley Park, tra l'OVO Arena e il Wembley Stadium.

L'opera, visibile gratuitamente fino a dicembre 2026, si compone di quattro parti dipinte a mano con vernice spray che si ricompongono in un'unica immagine solo se osservate da uno specifico punto di vista, a una distanza di circa venti metri. La scelta della location è tutt'altro che casuale perché Mercury si esibì dieci volte alla Wembley Arena tra il 1978 e il 1984 e naturalmente sul palco dello stadio il 13 luglio 1985 per il Live Aid, davanti a 72.000 spettatori, per poi tornarvi l'estate seguente per due concerti sold out.

Il murale, commissionato e curato da Claudio Giambrone per Wembley Park, vuole offrire ai fan un luogo in cui riunirsi per ricordare l'artista e lo fa con un occhio di riguardo ai dettagli biografici, come le carpe koi che riflettono la passione di Mercury per il Giappone e per lo stagno giapponese della sua casa londinese, o le figure femminili alate che richiamano il suo segno zodiacale, la Vergine, un motivo che aveva già utilizzato nello stemma dei Queen da lui stesso disegnato.

Proprio la sua formazione da grafico, del resto, aveva reso Mercury particolarmente attento all'impatto visivo di ogni sua creazione, come ha sottolineato lo stesso Styles spiegando di essersi sforzato di seguire la sua filosofia nella realizzazione dell'opera.

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