Alessandro Gassmann nei panni di Guerrieri, tra i codici del diritto e la guerra delle orecchiette
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è voluto l’occhio esperto dei penalisti dello studio legale Polis per cesellare i dettagli che trasformano un attore in un avvocato credibile, per insegnare ad Alessandro Gassmann, che dell’avvocato Guido Guerrieri veste i panni, le sottigliezze di un mestiere che in tribunale si gioca spesso sulle parole più che sulle prove. Non chiamatelo “vostro onore”, spiegano i professionisti, perché in un’aula italiana ci si rivolge al giudice dicendo semplicemente “presidente”, e se “obiezione” è termine caro ai legal drama americani e a John Grisham, da noi la formula corretta è “opposizione”. Sono suggestioni, queste, che emergono dalla messa in onda della serie “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”, tratta dai romanzi di Gianrico Carofiglio, l’ex magistrato barese che quei codici li ha maneggiati per una vita, e che nella seconda puntata, andata in scena lunedì 16 marzo su Rai 1, ha portato in primo piano una vicenda di cronaca vera, quella che i giornali locali hanno ribattezzato la “guerra delle orecchiette”.
La finzione scenica, in questo caso, ha scavalcato la trama del romanzo “Le perfezioni provvisorie”, da cui l’episodio è liberamente tratto, per innestarsi su un fatto accaduto a Bari vecchia tra il 2024 e il 2025, quando le pastaie del borgo antico finirono al centro di un acceso dibattito e di un’inchiesta della procura. Gassmann, nei panni di Guerrieri, si è trovato così a difendere in aula la signora Milella, interpretata da Lia Cellamare, una pastaia finita a processo per direttissima con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, ma il cui vero torto, agli occhi dell’opinione pubblica, era quello di vendere orecchiette senza i crismi della legge. La sua arringa, costruita con la consulenza di avvocati veri, ha attinto a piene mani dalla cronaca: “Di cosa stiamo parlando? Di un banchetto di orecchiette a Bari vecchia”, ha esordito Gassmann, per poi snocciolare un particolare che ha dell’incredibile, ovvero la citazione di un reportage del New York Times che nel 2019 dedicò un articolo alla questione, titolandolo “A crime of pasta”. Il paradosso, sottolineato dall’attore nella finzione, è che un’attività che consente a queste donne di sopravvivere dignitosamente integrando una pensione sociale, e che contribuisce a mantenere viva la tradizione cittadina attirando turisti da tutto il mondo, rischi di trasformarle in criminali agli occhi della legge.
La puntata, che ha visto il protagonista muoversi tra il caso delle pastaie e quello più intricato della scomparsa di una ragazza, ha vinto la serata dal punto di vista degli ascolti, registrando un’audience di 3,5 milioni di spettatori e uno share del 22,4%, numeri che hanno superato la concorrenza di “Scherzi a parte” su Canale 5. Un risultato che, al netto delle polemiche di chi ha giudicato il ritmo della narrazione forse troppo lento rispetto alla prima uscita, conferma l’interesse del pubblico per un racconto giudiziario che cerca di mantenersi fedele non solo alla lettera dei romanzi di Carofiglio, ma anche alla complessità del reale. E la realtà barese, in questi mesi, è stata davvero segnata dalla cosiddetta “guerra delle orecchiette”, con esposti in procura e indagini della magistratura per accertare se, in alcuni casi, pasta prodotta industrialmente venisse spacciata per artigianale ai turisti, una vicenda che aveva portato le pastaie perfino a incrociare le braccia in uno sciopero finito sulle pagine del Times.
Un legal drama che si nutre di cronaca e di dettagli tecnici
Gassmann, affiancato nella serie da Michele Venitucci nei panni di Tancredi, ha dovuto quindi padroneggiare un lessico e una postura che nulla hanno a che fare con i consueti stereotipi televisivi, e lo ha fatto calandosi in un personaggio che di quegli stereotipi rappresenta l’antitesi: un avvocato malinconico e riflessivo, ex pugile, che conduce le sue indagini parallelamente al lavoro in aula. La cura per i dettagli procedurali, come il corretto modo di rivolgersi al giudice o di formulare un’opposizione, non è un vezzo da addetti ai lavori, ma diventa funzionale alla credibilità di un racconto che deve molto all’esperienza diretta di Carofiglio, la cui penna ha sempre bilanciato l’introspezione psicologica con il rigore del magistrato. Ed è forse anche per questa autenticità che la serie, nonostante qualche critica sulla tenuta ritmica, riesce a conquistare un pubblico ampio, incuriosito dal vedere come la legge, con le sue regole talvolta farraginose, si intrecci con le storie di persone comuni, come quelle donne del borgo antico la cui sorte, in aula, viene affidata alla abilità dialettica dell’avvocato Guerrieri.
Il collegamento con il caso delle pastaie, del resto, ha fornito alla fiction una marcia in più, ancorando la trama a un dibattito reale che aveva diviso l’opinione pubblica locale tra chi chiedeva il rispetto delle norme igienico-sanitarie e chi difendeva invece una tradizione secolare come patrimonio culturale immateriale. Nella ricostruzione televisiva, l’assoluzione dell’imputata è stata suggellata da un omaggio delle altre pastaie, una guantiera di orecchiette offerta al legale, a suggellare un legame tra l’avvocato e la città che è poi la cifra stilistica di tutta l’opera di Carofiglio: un rapporto viscerale con Bari, i suoi vicoli e le sue contraddizioni, che Gassmann ha cercato di interpretare con la discrezione di chi sa di muoversi in un territorio narrativo delicato, dove la finzione deve molto alla sostanza dei fatti.




