L’oro di Pinheiro Braathen a Bormio, quella telefonata con Tomba e la prima volta del Brasile sulla neve che conta

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è chi attraversa la vita sulle orme segnate da altri, e chi invece sente il bisogno di tracciare una pista tutta nuova, magari lottando contro un sistema che tenderebbe a imbrigliare persino la traiettoria di una discesa. Lucas Pinheiro Braathen, classe 2000, norvegese di nascita e brasiliano per scelta (o forse per destino, visto il sangue materno), ha deciso di strappare il contratto sociale con la potente federazione del suo paese per andare a cercare altrove ciò che per lui conta di più: la libertà di esprimersi, anche con uno smalto sulle unghie mentre sfreccia a cento all’ora. Una ribellione silenziosa, la sua, che oggi sabato 14 febbraio sulla Stelvio di Bormio è diventata qualcosa di molto più grande di una semplice questione di sponsor o diritti d’immagine. Perché quando ha infilato il cancelletto di partenza con il pettorale numero uno, dando il via alla prima manche del gigante olimpico, non stava solo gareggiando per sé o per la terra di sua madre: stava portando con sé un intero continente, il Sudamerica, che mai prima d’ora aveva assaporato il sapore dell’oro ai Giochi Invernali.

La gara, in realtà, l’ha costruita proprio in quei primi cinquanta secondi di fuoco, quando ha chiuso con un vantaggio tale – quasi un secondo su Marco Odermatt, il fuoriclasse svizzero dato per favorito – da poter amministrare nella seconda run con l’intelligenza dei predestinati. Non è stato un caso, né un colpo di fortuna. Pinheiro Braathen aveva già dato segnali inequivocabili nelle ultime stagioni, vincendo a Levi in Coppa del Mondo e dimostrando che la sua scelta di cambiare bandiera non era una boutade, ma un progetto tecnico solido, sostenuto da un padre-manager e da uno staff che crede nella sua visione. Sul traguardo, l’emozione, quella vera, quella che strozza la gola e bagna gli occhi, è esplosa senza ritegno. Lui, che di solito ama il palcoscenico e non disdegna i riflettori, per una volta è sembrato quasi sopraffatto dalla portata di ciò che aveva appena compiuto: primo oro brasiliano della storia, primo gradino più alto del podio per il Sudamerica, una pagina di antologia scritta con le lamine sulla neve pesante e bagnata di Bormio.

E mentre l’Inno nazionale brasiliano, l’Hino nacional brasileiro, risuonava per la prima volta in una cerimonia olimpica invernale, ecco arrivare un’altra scossa, capace di trasformare la gioia in commozione pura. Il telefono che squilla, e dall’altra parte una voce inconfondibile, quella di Alberto Tomba, leggenda assoluta dello sci azzurro e mondiale. “Ciao fratello mio, come stai?”, esordisce Pinheiro Braathen con un italiano stentato ma pieno di affetto. Tomba, tre ori olimpici nel palmarès, uno che di emozioni davanti alle telecamere ne ha regalate e ricevute tante, gli risponde con il trasporto di chi riconosce in quel ragazzo un erede spirituale. “Lucas, bravo! Congratulazioni. Una medaglia d’oro per il Brasile! Ci stai credendo?”. E lì, il muro crolla. “No, non ce la faccio”, singhiozza il neocampione, mentre le lacrime diventano un fiume in piena. “Grazie mille, leggenda”. Tomba insiste, quasi per condividere quell’ebrezza: “Stai piangendo come me”. Una telefonata che sa di passaggio di testimone ideale, di uno sport che sa riconoscere i suoi eredi al di là dei confini e dei colori. Una chiacchierata in diretta, ripresa dalle telecamere, che ha trasformato un trionfo sportivo in un momento di umanità pura.

La Svizzera incassa il metallo prezioso, l’Italia rimanda l’appuntamento con la gloria

Se per il Brasile e per il Sudamerica si tratta di una rivoluzione copernicana, per le squadre tradizionalmente protagoniste dello sci alpino il verdetto della Stelvio porta con sé luci e ombre. La Svizzera, va detto, non esce a mani vuote dall’arena di Bormio, anzi. Marco Odermatt, il campione capace di dominare in Coppa del Mondo, deve accontentarsi dell’argento, battuto da un avversario che ha saputo interpretare al meglio le condizioni proibitive di una pista resa lenta dalla neve fresca e dalla pioggia leggera. Con lui, sul podio, sale anche Loic Meillard, che porta a casa un bronzo di squadra, a testimoniare la profondità del movimento elvetico, capace di piazzare due uomini tra i primi tre nonostante l’exploit dell’outsider verdeoro. Per Odermatt, abituato a vincere e a dettare legge tra le porte larghe, questo secondo posto ha il sapore amaro di una occasione persa, ma la gestione di tre discipline diverse impone un tributo che anche un fuoriclasse deve pagare.

Diverso, e decisamente più cupo, il quadro che riguarda l’Italia. Le speranze azzurre, già ridimensionate alla vigilia, si sono infrante contro il muro della pista lombarda. Alex Vinatzer, reduce da qualche incertezza nelle prove precedenti, è caduto nel corso della seconda manche, dopo un primo parziale che lasciava intravedere qualche possibilità di rimonta. Un errore che sa di occasione sciupata, in un’Olimpiade che per lui si sta rivelando più amara del previsto. Quanto a Giovanni Franzoni, reduce dalla splendida medaglia d’argento in discesa libera, il gigante rappresenta un esperimento, un primo assaggio di una specialità che inizierà a frequentare con più assiduità dalla prossima stagione. Il suo ventiquattresimo posto finale, in questo contesto, è semplicemente una tappa di avvicinamento, un modo per accumulare esperienza e sensazioni senza particolari pretese di classifica. La sensazione, insomma, è che l’Italia del gigante maschile debba ancora attendere tempi migliori, mentre il Brasile – inaspettatamente – si gode il suo momento di gloria eterna.

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