Tiscali, la Bekaert e il cortocircuito tra nuovi centri commerciali e vecchie crisi industriali nel cagliaritano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Apre il Fass Shopping Center, e tra le luci dei nuovi negozi e il viavai delle prime comitive di curiosi sembra quasi di assistere a una celebrazione del commercio, della ripresa, di un certo dinamismo economico che ancora fatica a trovare strade diverse da quelle dei grandi poli d’attrazione. Ma basta allontanarsi di pochi chilometri, spostare lo sguardo da Assemini a Sa Illetta o fino a Portoscuso, per rendersi conto che questa felicità di facciata racconta solo una parte della storia. Nel raggio di sessanta chilometri, quella che appare come una domenica di festa si scontra con la cronaca di un’altra Sardegna, quella dei distretti industriali in apnea, dove il destino di centinaia di famiglie è appeso a un filo sottilissimo che si chiama licenziamento collettivo.

Da una parte c’è Tiscali, la società che negli anni Novanta incarnò il sogno dell’internet libero e che oggi, con la controllante Tessellis spa, si trova a fare i conti con una procedura di crisi che ha già portato al deposito dell’istanza di composizione negoziata alla Camera di commercio. Il quadro è chiaro nei numeri: 729 dipendenti totali, 180 dei quali destinati a uscire dall’organico. Il criterio scelto dall’azienda per procedere è quello della “non opposizione”, un meccanismo che formalmente lascia la scelta ai lavoratori ma che sostanzialmente consegna alla società la possibilità di definire i piani di esodo senza il filtro di un accordo sindacale. L’operazione industriale che sta alle spalle di questa scelta è nota: lo scorso primo marzo Tessellis ha accettato un’offerta vincolante per la valorizzazione del ramo B2C e dei marchi “Tiscali” e “Linkem”, un’operazione che prevede una fase iniziale di affitto seguita dall’acquisizione definitiva da parte del gruppo Canarbino, attivo nei servizi energetici e di telefonia.

La distribuzione geografica dei tagli restituisce l’immagine di un’azienda che, nata a Cagliari, sta progressivamente smantellando il proprio radicamento sull’isola. La sede di Sa Illetta è quella che subirà il colpo più duro: 81 lavoratori su 180, tra cui tutti i dodici giornalisti attualmente impiegati nella testata online Tiscali Notizie, una redazione che già da nove mesi era stata messa in ginocchio da una pesantissima cassa integrazione al 55 per cento. A Taranto le uscite previste sono settantatré, tanto da far ipotizzare la chiusura della sede; Roma perderà tredici unità, Bari dodici, Milano una sola. I sindacati, dalla Uilcom alla Fnsi con Assostampa Sarda, hanno già alzato la voce chiedendo che la vertenza venga trattata a un tavolo nazionale, unico luogo dove poter chiarire tutti gli scenari aperti dalla cessione del ramo d’azienda e dove poter vagliare ogni alternativa per i colleghi coinvolti.

Non si tratta solo di numeri, ma di professionalità che rischiano di scomparire. Tonino Ortega, segretario della Uilcom, parla di preoccupazione per il futuro di un’azienda che ha un peso importante sul piano occupazionale e professionale in Sardegna. E nel caso specifico della testata giornalistica, l’Ordine dei giornalisti e l’Associazione della stampa sarda hanno denunciato il rischio di veder scomparire una testata storica, simbolo del pluralismo informativo dell’isola, lamentando al contempo una disparità di trattamento: ai dodici giornalisti, a differenza di altri dipendenti con contratto Tlc, non sarebbe stata offerta la possibilità di accedere agli stessi incentivi all’esodo. L’incontro più recente tra azienda e sindacati, che avrebbe dovuto definire i dettagli degli esodi incentivati, si è chiuso con un nulla di fatto: la proposta di quarantadue mensilità per alcune categorie di dipendenti con più di quarantanove anni è stata giudicata inaccettabile dalle segreterie nazionali, ritenuta troppo discriminante per età e collocazione territoriale.

Mentre il destino di Tiscali si gioca tra aule di tribunali e tavoli ministeriali, a pochi chilometri di distanza un’altra vertenza storica, quella della Bekaert, continua a rappresentare un caso emblematico di come le multinazionali gestiscono la fine di un ciclo produttivo. Lo stabilimento di Macchiareddu, che produceva steel cord per pneumatici, è finito nel mirino della società belga che ha manifestato la volontà di dismetterlo, lasciando a terra quasi trecento lavoratori. L’assessora del Lavoro Desirè Manca e l’assessore dell’Industria Emanuele Cani, dopo un incontro a Roma con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, hanno parlato chiaramente di un “atteggiamento poco collaborativo” da parte dell’azienda, di una “totale chiusura verso la possibilità di rivedere una posizione discutibile”, considerato che sono in gioco centinaia di posti di lavoro.

La Regione, in quella sede, ha ribadito che esistono le condizioni per continuare la produzione in Sardegna, offrendo risorse per l’alleggerimento della pianta organica e misure per ridurre i costi di trasporto, ma la Bekaert sembra aver già preso una strada diversa. I sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fsm e Uilm, hanno denunciato che l’azienda, mentre scarica lavoratori e impianti dall’Italia, sta investendo in Cina e Thailandia per produrre gli stessi materiali, dettando per di più le condizioni su quali potenziali acquirenti possano o non possano subentrare nello stabilimento. Lo stato di agitazione proclamato dai lavoratori è stato solo il primo passo di una protesta che, nelle intenzioni delle rappresentanze sindacali, potrebbe sfociare in azioni di mobilitazione più aspre, in attesa che il ministero giochi le sue carte e coinvolga nel tavolo la principale committente, la giapponese Bridgestone, in grado di far sentire il proprio peso sulle scelte della multinazionale.

A unire le due vicende non è solo la coincidenza temporale, con l’apertura di un nuovo centro commerciale che simbolicamente celebra un modello di sviluppo fatto di consumo e servizi mentre i poli industriali della produzione e dell’innovazione digitale collassano. C’è un filo rosso che lega il caso Tiscali e quello Bekaert, ed è la difficoltà di questo territorio, ma più in generale del sistema-Paese, nel gestire le transizioni industriali quando a decidere sono azionisti lontani, logiche di profitto che non considerano il capitale umano come un valore da preservare. Nelle pieghe di questi licenziamenti, tra i 180 lavoratori di Tiscali e i quasi 300 dello stabilimento Bekaert, c’è una generazione di tecnici, giornalisti, operai specializzati che si trovano ad affrontare un mercato del lavoro sempre più precario e frammentato, in un’isola in cui le alternative non abbondano e in cui l’arrivo di una nuova galleria commerciale, per quanto possa rassicurare nell’immediato, non potrà mai sostituire la perdita di competenze costruite in decenni di lavoro.

La procedura Tiscali e il nodo della cessione a Canarbino

Dal punto di vista procedurale, la situazione di Tiscali è ormai in una fase avanzata. L’azienda ha avviato ufficialmente l’iter previsto dalla legge 223, comunicando l’esubero di personale alle Regioni coinvolte e alle rappresentanze sindacali. Il passaggio formale successivo sarà la gestione delle singole convocazioni per i lavoratori, ora che i sindacati hanno rifiutato di sottoscrivere l’addendum sugli incentivi, lasciando all’azienda il compito di procedere in modo unilaterale. L’operazione che sta alla base di tutto, l’affitto del ramo d’azienda a Canarbino con successiva opzione di acquisto, è stata già definita nelle linee guida ma lascia aperti interrogativi sul futuro industriale. Paolo Truzzu, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, ha espresso senza mezzi termini la preoccupazione che l’unico obiettivo dei nuovi acquirenti possa essere la sola acquisizione della base clienti, senza alcuna garanzia per i livelli occupazionali e senza un chiaro piano di sviluppo. Un ulteriore elemento critico, segnalato dalle stesse fonti sindacali, riguarderebbe un bonus legato al numero dei dipendenti all’interno dell’accordo tra acquirente e venditore: meno lavoratori resteranno in organico, maggiore sarà la cifra finale dell’acquisizione. Un meccanismo, insomma, che di fatto incentiva lo smantellamento piuttosto che la continuità.

Bekaert, la delocalizzazione e il ruolo della Regione

Sul fronte Bekaert, la situazione si trascina da mesi con un’escalation di tensioni che ha visto i lavoratori scendere più volte in piazza. L’azienda belga ha confermato in più incontri la volontà di chiudere il sito di Macchiareddu, così come ha fatto con l’altro stabilimento di Figline Valdarno in Toscana, dove sono stati licenziati oltre trecento dipendenti. La strategia della multinazionale è parsa chiara ai rappresentanti sindacali: produrre gli stessi componenti in Romania, dove il costo del lavoro è più basso, per poi imporre condizioni restrittive sull’eventuale reindustrializzazione del sito sardo. Durante l’incontro di fine gennaio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la delegazione regionale guidata dagli assessori Manca e Cani ha ribadito che non esiste solo la strada della chiusura. Le agevolazioni messe sul piatto includono sostegni economici per l’abbattimento dei costi energetici e misure per favorire l’alleggerimento controllato della pianta organica, ma finora l’azienda non ha mostrato alcuna flessibilità. L’assessora Manca ha sottolineato la necessità di definire con chiarezza i tempi dell’eventuale acquisizione, perché l’urgenza, oggi, è fornire risposte rapide e concrete a chi rischia di rimanere senza lavoro. I lavoratori, intanto, continuano a organizzare presidi e assemblee, consapevoli che il tempo stringe e che la trattativa rischia di arenarsi sugli stessi scogli già visti in altre vertenze analoghe.

Meta Description: A Cagliari apre il Fass Shopping Center mentre Tiscali licenzia 180 dipendenti e Bekaert chiude lo stabilimento di Macchiareddu. Il contrasto tra nuova economia dei servizi e crisi industriale.

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