Allarme malattie sessuali in Europa: i giovani bocciati in prevenzione, i medici chiedono lezioni a scuola

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SALUTE

Redazione Salute Redazione Salute   -   L’Europa, a quanto pare, non supera l’esame sul sesso sicuro. Anzi, i risultati dell’ultimo rapporto dell’Ecdc (Centro europeo per le malattie infettive), pubblicato giovedì, consegnano una pagella drammaticamente negativa, con i tassi di infezione che toccano livelli mai visti nell’ultimo decennio.

E se c’è un dato che più di tutti suona come un campanello d’allarme, è proprio quello che riguarda le nuove generazioni, spesso poco consapevoli dei rischi legati a comportamenti sessuali non protetti.

I numeri, del resto, parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. Prendiamo la gonorrea, per esempio: i casi sono triplicati in dieci anni, attestandosi su valori record. La sifilide, dal canto suo, ha subito un’impennata analoga, raddoppiando rispetto al passato. E l’Hiv?

Nonostante i progressi della scienza, con terapie sempre più efficaci e la profilassi pre-esposizione (la Prep), non riesce a invertire la rotta, restando un nemico silenzioso e costante.

Questi dati, presentati nel corso del congresso Icar in corso a Catania (la Conferenza Italiana su Aids e Antivirali), dipingono il quadro di un’emergenza sanitaria che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, fatica a trovare una risposta strutturale.

Le barriere nascoste dietro i numeri record

Ma cosa si cela dietro questa impennata di contagi? A ben guardare, il problema non è solo comportamentale, ma anche – e forse soprattutto – strutturale. Il report dell’Ecdc, infatti, mette il dito nella piaga evidenziando le enormi lacune nelle politiche di prevenzione e accesso ai test.

In molti Paesi europei, tra cui l’Italia, fare un semplice test per la clamidia o la gonorrea può avere un costo a carico del cittadino, e questo rappresenta un deterrente non da poco, specialmente per i più giovani o per chi ha difficoltà economiche.

A ciò si aggiunge una questione di non poco conto legata alla privacy. Pensiamo a un ragazzo o una ragazza di sedici anni: in alcuni Stati, per accedere a un test, è obbligatorio il consenso dei genitori.

Un ostacolo che, nella pratica, scoraggia tantissimi adolescenti sessualmente attivi dal rivolgersi a un consultorio o a un medico, preferendo rimanere nell’ombra e rischiando di alimentare una catena di trasmissioni invisibile.

Insomma, tra costi e burocrazia, il sistema sembra costruito per disincentivare proprio chi avrebbe più bisogno di informazioni e cure.

Sifilide congenita e il rischio per i neonati

C’è poi un risvolto particolarmente doloroso di questa epidemia, che riguarda i più indifesi: i neonati. La sifilide, che si è dimostrata in forte aumento anche tra le donne in età riproduttiva, sta causando un preoccupante incremento dei casi di sifilide congenita, quella che si trasmette dalla madre al feto durante la gravidanza.

Se nel 2023 erano stati registrati 78 casi, nel 2024 il dato è schizzato a 140, quasi raddoppiato in un solo anno.

Un’emergenza nella emergenza, questa, che secondo gli esperti denuncia mancanze gravissime nella sanità pubblica, come il mancato screening prenatale o la difficoltà nel seguire adeguatamente le pazienti. È una sconfitta della medicina preventiva, se vogliamo, perché oggi come oggi diagnosticare e curare la sifilide in una donna in gravidanza è una procedenza semplice e standardizzata; eppure, questi numeri dimostrano che qualcosa si inceppa nella catena della cura.

Il caso Italia: il nodo dell’educazione sessuale a scuola

Mentre l’Europa fa i conti con questa emergenza silenziosa, in Italia il dibattito si concentra sulle aule scolastiche, considerate da molti medici e infettivologi il vero banco di prova per la prevenzione a lungo termine.

La richiesta, che arriva proprio dagli specialisti riuniti a Catania, è chiara: le precauzioni, l’uso del preservativo e la conoscenza delle malattie vanno insegnate tra i banchi di scuola. Solo così, sostengono, si potrà costruire una generazione più consapevole.

Tuttavia, proprio mentre la scienza chiede più informazione, la politica sembra muoversi in una direzione opposta o, quantomeno, più cautelativa. Le nuove norme in materia di “consenso informato” (il cosiddetto opt-in genitoriale) stanno infatti ridefinendo i confini dell’educazione sessuale.

Con queste disposizioni, la partecipazione dei minorenni a qualsiasi attività scolastica che affronti temi legati alla sessualità non è più automatica, ma deve essere esplicitamente autorizzata dai genitori, i quali hanno anche diritto di visionare preventivamente il materiale didattico.

Un meccanismo che, nelle intenzioni, tutela la libertà educativa delle famiglie ma che, nei fatti, rischia di creare un vuoto informativo, lasciando molti ragazzi senza riferimenti scientifici in un’età, l’adolescenza, in cui i primi approcci alla sessualità diventano realtà.

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