Ucraina, la guerra dei droni si sposta sul Mar d'Azov: colpite 76 navi russe in pochi giorni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non c'è più zona sicura per la logistica russa. Quella che è iniziata come una serie di incursioni mirate contro raffinerie e depositi di carburante in profondità nel territorio della Federazione si è ormai trasformata in una campagna sistematica che sta mettendo in ginocchio l'intero apparato economico-militare del Cremlino. L'ultimo, impressionante capitolo di questa offensiva asimmetrica si gioca sul Mar d'Azov, dove le Forze dei sistemi senza pilota ucraine hanno dichiarato di aver colpito 76 navi russe nel corso di pochi giorni, tra il 6 e l'11 luglio.
L'operazione, che ha visto il picco nella notte tra il 10 e l'11 luglio con 28 imbarcazioni bersagliate, ha preso di mira petroliere, rimorchiatori e navi da carico, gettando nel caos la logistica marittima di Mosca. Secondo lo Stato Maggiore ucraino, le petroliere colpite – una ventina solo nell'ultima azione – fanno parte della cosiddetta "flotta ombra" utilizzata per esportare greggio e prodotti petroliferi eludendo le sanzioni internazionali, finanziando così lo sforzo bellico russo.
La strategia del "sistema" e la paralisi dello Stretto di Kerch
L'attacco non è stato un'azione isolata, ma il tassello di una strategia più ampia che mira a colpire l'intera catena logistica che sostiene le finanze di Mosca. Gli attacchi, come rivendicato dagli stessi militari ucraini, non si limitano a danneggiare singole navi, ma mirano all'"intero sistema di elusione delle sanzioni e alla logistica delle esportazioni russe di petrolio e prodotti petroliferi". Le conseguenze sono state immediate e dirompenti.
La Russia ha infatti chiuso al traffico navale lo Stretto di Kerch, il passaggio cruciale che collega il Mar d'Azov al Mar Nero, e ha sospeso i transiti sul canale Don-Azov, di fatto congelando la navigazione commerciale in un'area nevralgica per le esportazioni di grano e i rifornimenti verso la Crimea. La mossa, interpretata come una misura precauzionale di fronte all'intensificarsi delle incursioni ucraine, testimonia la crescente pressione esercitata da Kiev sui nodi vitali del nemico, dimostrando una capacità operativa che va ben oltre il fronte terrestre.
Il vertice Nato di Ankara e la svolta sui sistemi Patriot
Proprio mentre i droni ucraini infiammavano il Mar d'Azov, sul piano diplomatico si consumava un passaggio cruciale. A margine del vertice Nato di Ankara, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il presidente americano Donald Trump, ottenendo quello che ha definito un risultato fondamentale: l'autorizzazione per la produzione in Ucraina dei sistemi di difesa aerea Patriot.
Durante il bilaterale, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti concederanno la licenza per costruire i missili Patriot, un passo che Kiev inseguiva da tempo per rafforzare la propria difesa dai bombardamenti russi e che è stato definito "molto importante" da Zelensky, il quale ha sottolineato come l'intesa politica raggiunta ad Ankara debba ora essere implementata a livello tecnico.
Lo stesso presidente ucraino ha evidenziato come il vertice sia stato un successo, e l'incontro ha segnato un netto distensione nei rapporti personali tra i due leader, dopo il celebre scontro nello Studio Ovale dell'anno precedente, tanto che lo stesso Trump ha voluto sottolineare come "abbiamo sviluppato un buon rapporto".
La tecnologia come asso nella manica: la visione di Zelensky
Al di là delle concessioni americane, a emergere con forza dall'incontro di Ankara è la consapevolezza ucraina di aver trovato nella tecnologia la chiave per ribaltare le sorti del conflitto. Lo stesso Zelensky, incontrando Trump, ha ribadito una visione ormai chiara: "Non si tratta più del numero dei soldati, ora il punto principale è la tecnologia, e credo che dal punto di vista tecnologico abbiamo una sorta di sopravvento".
Un'affermazione che trova riscontro nelle parole del deputato statunitense Michael McCaul, il quale, incontrando il leader ucraino, ha dichiarato: "Siamo molto colpiti dalla vostra gente. Quello che avete realizzato con la tecnologia dei droni è davvero straordinario".
Kiev non solo ha saputo sviluppare una capacità di produzione interna senza precedenti – vantando circa 500 aziende tecnologiche nel settore – ma sta ora lavorando a un accordo per la difesa con gli Stati Uniti, il cosiddetto "Drone Deal", che prevede anche la sperimentazione di droni ucraini da parte americana.
In un quadro di reciproci attacchi aerei su larga scala, con Mosca che continua a martellare Kiev con missili balistici, la partita sembra quindi decidersi sempre più in un campo di battaglia fatto di algoritmi e velivoli senza pilota, dove l'Ucraina rivendica un vantaggio competitivo in grado di determinare il futuro degli equilibri sul campo.




