"Adolescence" su Netflix: tra successo e polemiche, una serie che scava nel male giovanile
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La miniserie Adolescence, prodotta da Netflix e già vista da oltre 66 milioni di spettatori in sole due settimane, ha conquistato il primato di serie limitata più vista della piattaforma, scatenando al contempo un dibattito aspro sui temi che affronta: il cyberbullismo, l’influenza dei modelli tossici online e l’inquietante normalità della violenza tra adolescenti. Girata quasi interamente in un unico, claustrofobico piano sequenza, la storia dei Miller – una famiglia distrutta dall’accusa di omicidio rivolta al figlio tredicenne Jamie – costringe lo spettatore a un’esperienza visiva che, per quanto dolorosa, risulta difficile abbandonare.
Nonostante il successo, la serie è stata travolta da una fake news virale su X (ex Twitter), dove alcuni post, condivisi anche da Elon Musk, sostenevano falsamente che gli autori si fossero ispirati a un fatto di cronaca, modificando però l’etnia del protagonista per ragioni ideologiche. Una teoria del complotto priva di fondamento, smentita persino da uno dei creatori del progetto, ma che ha trovato terreno fertile in quella frangia del web ossessionata da narrazioni manipolate.
La tecnica narrativa, sebbene innovativa, non ha convinto tutti. C’è chi, come Edmondo Berselli avrebbe fatto con certi film, avrebbe preferito poter dire di non averla vista, evitando così l’overdose di analisi improvvisate su bullismo, psicologia adolescenziale e persino sulla manosphere, quell’universo digitale che promuove una mascolinità tossica, spesso legata a misoginia e frustrazione sessuale. Eppure, al di là delle polemiche, Adolescence colpisce per la sua capacità di mostrare, senza filtri, il lato più oscuro dell’innocenza perduta.
Particolarmente devastante è il terzo episodio, interamente ambientato in un centro di detenzione minorile, dove Jamie – interpretato da Owen Cooper – attende il processo per l’omicidio della compagna di classe Katie. La scena, girata in un unico lungo take, trascina lo spettatore in una terapia forzata, una sorta di "cura Ludovico" moderna che costringe il ragazzino, e chi guarda, a confrontarsi con un male difficile da comprendere. Quel pigiama sporco di pennarelli, quegli occhi ancora infantili, rendono tutto ancora più sconvolgente.




