Prosciolti i 16 anarchici del corteo del 2023: per il gup “il fatto non sussiste”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   BOLOGNA – Si chiude senza nemmeno l’avvio di un dibattimento, e anzi con un verdetto che di fatto cancella le ipotesi accusatorie, la vicenda giudiziaria legata ai disordini del gennaio 2023. Il giudice dell’udienza preliminare Letizio Magliaro, lo stesso che negli anni passati si è trovato a incrociare la toga con inchieste delicate a livello locale, ha prosciolto tutti i 16 attivisti di area anarchica che il 19 gennaio di quell’anno avevano partecipato a un corteo non autorizzato nel cuore del capoluogo emiliano. La decisione, arrivata a oltre un anno dalla rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca (un evento che ormai appartiene alla storia consolidata e non certo alla cronaca fresca), ha sancito l’assoluzione nel merito per i militanti, i quali erano finiti sotto inchiesta al termine delle indagini condotte dalla Digos.

Le accuse cadono una a una

Le ipotesi di reato contestate, è bene ricordarlo, erano piuttosto pesanti e diversificate: si andava dalla manifestazione non autorizzata al danneggiamento aggravato, passando per l’imbrattamento di beni altrui, le accensioni pericolose (un riferimento, questo, all’uso di fumogeni o simili durante la protesta), fino al porto di oggetti atti ad offendere e alla violenza privata. Contro di loro, il pubblico ministero Stefano Dambruoso aveva formalmente chiesto il rinvio a giudizio, convinto che ci fossero gli estremi per portare quei giovani davanti a un giudice collegiale. Il gup, invece, ha ribaltato la prospettiva: li ha assolti con le formule più nette che il codice conosca, vale a dire “perché il fatto non sussiste” per alcuni capi di imputazione, e “per non aver commesso il fatto” per altri.

Il corteo per Cospito e i danni alle banche

Quel pomeriggio di tre anni fa, Bologna era stata letteralmente bloccata da un centinaio di manifestanti – molti dei quali con caschi e bastoni – scesi in strada per esprimere solidarietà ad Alfredo Cospito, all’epoca leader della Federazione anarchica informale (Fai) impegnato in un duro sciopero della fame contro il carcere duro, il famigerato 41-bis. Durante la marcia, partita da via Lame e snodatasi lungo le vie del centro, non erano mancati gli scontri verbali e i gesti eclatanti: vetrine di due istituti di credito (tra cui una filiale della Banca popolare di Sondrio in via Riva Reno) furono danneggiate, mentre muri e portici venivano imbrattati con scritte e graffiti. A completare il quadro, un’azione di propaganda mirata: in diverse edicole e colonne del centro, come in via Zamboni o piazza Scaravilli, comparvero delle false locandine che imitavano la grafica del Qn-Il Resto del Carlino. Quei manifesti, dal contenuto apertamente diffamatorio, attaccavano il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la politica del “carcere duro”, un tema, quest’ultimo, particolarmente sentito negli ambienti antagonisti.

La replica della difesa e le motivazioni del giudice

L’udienza preliminare, quindi, si è risolta in un nulla di fatto dal punto di vista dell’azione penale. Gli avvocati Ettore Grenci, Daria Mosini e Mattia Maso, che hanno assistito gli indagati in questo passaggio delicato, hanno accolto la pronuncia con soddisfazione, sottolineando come il giudice abbia applicato in maniera rigorosa la regola di giudizio prevista per la fase delle indagini preliminari: senza una ragionevole previsione di condanna, il processo non può nemmeno iniziare. Di segno opposto il commento di alcuni esponenti politici, che hanno letto nel provvedimento un’eccessiva elasticità interpretativa del diritto di manifestazione del pensiero. Per una delle imputate, inoltre, era stata ipotizzata anche l’accusa di contraffazione (legata proprio alla realizzazione delle false locandine del quotidiano), un reato che, alla luce della decisione del gup Magliaro, è stato archiviato assieme a tutti gli altri.

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