Ora legale 2026, tra l’ultimo scatto delle lancette e l’ipotesi del tempo fermo alla camera

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano pochi giorni al rituale che scandisce il passaggio dalla stagione fredda a quella delle giornate più lunghe, un appuntamento che, per consuetudine e per direttiva europea, cade puntualmente l’ultima domenica di marzo. Nel 2026, la notte da sabato 28 a domenica 29 sarà quella in cui le lancette degli orologi, alle 2 precise, dovranno essere spostate avanti di un’ora facendo sì che diventino improvvisamente le 3; un meccanismo, questo, che toglie sessanta minuti di sonno ma regala in cambio una percezione di maggiore luminosità nelle ore serali, prolungando di fatto la luce oltre il consueto orario di rientro dalle attività lavorative o scolastiche. Non si tratta, peraltro, di una peculiarità italiana, dato che l’intera Unione Europea segue lo stesso calendario per armonizzare trasporti, commerci e comunicazioni, confermando una sincronia che resiste nonostante le spinte centrifughe degli ultimi anni.

A rendere questo cambio d’ora particolarmente significativo, però, è il contesto politico in cui si inserisce. Quest’anno, infatti, il gesto meccanico di spostare le lancette potrebbe essere accompagnato dalla consapevolezza che sia forse uno degli ultimi. La X Commissione Attività Produttive della Camera dei deputati ha infatti dato il via libera all’avvio di un’indagine conoscitiva che mira a valutare la fattibilità dell’introduzione dell’ora legale permanente in Italia, un percorso che supera il livello del dibattito teorico per entrare nel merito di valutazioni tecniche, economiche e sanitarie. L’indagine, presentata lo scorso novembre su impulso della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) e del deputato Andrea Barabotti, si concluderà entro il 30 giugno, aprendo eventualmente la strada a una sperimentazione che azzererebbe il doppio cambio stagionale.

Un anticipo che diventa trend e l’eredità di un dibattito europeo congelato

Se si guarda al calendario, il 2026 segna anche un’inversione di tendenza rispetto al recente passato: l’ora legale arriva con un giorno di anticipo rispetto al 2025, un movimento che proseguirà nei prossimi tre anni fino a raggiungere il 25 marzo del 2029, quando poi il ciclo ricomincerà daccapo nel 2030 con il ritorno al 31 marzo. Una particolarità, questa, legata alla cadenza del calendario gregoriano e alla scelta consolidata dell’ultima domenica di marzo come data fissa, che quest’anno cade il 29. Sullo sfondo di questo meccanismo, riemerge con forza la questione mai sopita a livello continentale: nel 2018, una consultazione pubblica della Commissione Europea vide la partecipazione di 4,6 milioni di cittadini, con l’84% dei quali favorevole all’abolizione del cambio d’ora. L’anno successivo, il Parlamento Europeo approvò una direttiva che lasciava agli Stati membri la libertà di scegliere tra l’ora legale o quella solare permanente, ma il processo si arenò prima a causa della pandemia, poi per le divergenze tra i Paesi, lasciando la normativa in uno stato di sospensione.

Bollette, consumi e ritmi circadiani: i pilastri dell’indagine conoscitiva

È proprio in questo vuoto normativo che si inserisce l’iniziativa italiana, la quale non intende solo riprendere il filo del discorso europeo, ma intende fornire dati aggiornati e contestualizzati al territorio nazionale. L’indagine conoscitiva promossa dalla Camera avrà il compito di analizzare in modo oggettivo le ricadute economiche e sociali di una eventuale stabilizzazione dell’ora legale. I numeri forniti da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, parlano chiaro: tra il 2004 e il 2025, il minor consumo di energia elettrica dovuto all’ora legale ha superato i 12 miliardi di kWh, con un risparmio in bolletta per i cittadini stimato intorno ai 2,3 miliardi di euro. A questi si aggiungono i benefici ambientali quantificati dalla Sima, che evidenzia una riduzione delle emissioni di CO2 compresa tra le 160mila e le 200mila tonnellate all’anno, un quantitativo che equivale all’assorbimento garantito da 6 milioni di nuovi alberi.

Ma non c’è solo l’aspetto economico a spingere il tavolo tecnico. Come spiegato dal presidente della Sima, Alessandro Miani, l’eliminazione del doppio cambio stagionale ridurrebbe il cosiddetto “mini-jet lag sociale”, quel fenomeno che ogni anno interferisce con il sonno, l’attenzione e l’adattamento psicofisico della popolazione. Da un punto di vista neurobiologico, una maggiore esposizione alla luce naturale nelle ore del tardo pomeriggio sostiene i meccanismi che regolano il ritmo circadiano, favorendo l’attività fisica e la socialità. Il percorso, che prevede ora le audizioni di esperti, associazioni di categoria come Confindustria e Confcommercio, e rappresentanti delle istituzioni europee, punta a chiudersi entro la fine di giugno, in tempo utile per decidere se, dal prossimo autunno, l’Italia potrà dire addio al rituale delle lancette che vanno avanti e indietro.

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