Operazione Artemis II, nove arresti per la 'ndrangheta: così il clan Cracolici controllava appalti e usura nel Lametino
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Redazione Interno
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Un’intricata ragnatela di affari illeciti, estorsioni e collusioni con la pubblica amministrazione è stata smantellata dai Carabinieri del Gruppo di Lamezia Terme, che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – emessa dal G.I.P. del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti di nove indagati.
L’operazione, convenzionalmente denominata “Artemis II” e condotta con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, ha interessato non solo il circondario lametino e la provincia di Vibo Valentia, ma si è estesa fino alle province di Terni e Como, a dimostrazione della capacità di irradiazione della consorteria criminale.
Contestualmente, è stato disposto il sequestro preventivo di due complessi aziendali, ritenuti dagli inquirenti funzionali agli interessi del sodalizio e formalmente intestati a prestanome, e di somme in contanti per cinquemilasettecento euro, individuate quale provento dei reati di estorsione e corruzione contestati.
Il monopolio del taglio boschivo e la mensa scolastica sotto scacco
Al centro del provvedimento restrittivo, che costituisce il secondo atto di un’indagine più ampia già culminata nel novembre del 2024 con cinquantanove arresti per traffico di stupefacenti, vi è la presunta sistematica infiltrazione della 'ndrangheta nel tessuto economico e negli apparati burocratici dei comuni di Maida, Cortale e Jacurso.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, attraverso un'indagine sviluppata tra il novembre del 2021 e il giugno del 2024 con intercettazioni e riscontri documentali, il sodalizio criminale avrebbe imposto le proprie regole spartitorie in due settori nevralgici per l’economia locale: il taglio dei boschi comunali e il servizio di refezione scolastica.
Nel dettaglio, per quanto concerne le aste pubbliche per l’assegnazione dei lotti forestali, il meccanismo fraudolento sarebbe stato tanto semplice quanto efficace.
Dopo aver provocato, mediante minacce e pressioni sugli imprenditori concorrenti, il fallimento delle prime due procedure di gara bandite dall'Ente, gli indagati avrebbero pilotato l’aggiudicazione del terzo bando in favore di una ditta individuale – ritenuta dagli investigatori riconducibile al capocosca sebbene fittiziamente intestata alla moglie – con la complicità di un’altra azienda boschiva che avrebbe partecipato solo per garantire una copertura formale alla competizione.
La stessa matrice criminale, caratterizzata da intimidazioni e pressioni nei confronti del personale comunale per la stesura “assistita” dei capitolati, sarebbe stata applicata per assicurarsi l’appalto della mensa scolastica, formalmente aggiudicato a una cooperativa sociale ma che, secondo l’accusa, sarebbe stata interamente gestita, programmata e finanziata con capitali illeciti della consorteria.
Corruzione e funzionari infedeli
A rendere particolarmente insidioso il sistema delineato dalla Dda di Catanzaro è il ruolo giocato da alcuni pubblici ufficiali, i quali avrebbero mercificato le proprie funzioni ponendosi come referenti stabili dell’organizzazione mafiosa.
Le intercettazioni ambientali e telefoniche avrebbero svelato un rapporto sinallagmatico e di reciproca disponibilità tra i vertici del clan Cracolici e funzionari comunali infedeli, ai quali viene contestato di aver rivelato notizie segrete inerenti i tempi di pubblicazione dei bandi, i criteri di affidamento prescelti e addirittura le percentuali di ribasso offerte dalle ditte concorrenti.
Tra questi, figurano l'agronomo incaricato della progettazione forestale, accusato di aver accettato una somma in denaro per sottostimare il valore di un lotto boschivo, e il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale, che avrebbe fornito informazioni riservate sull'andamento delle gare.
Il “cavallo di ritorno” e l’usura al 532 per cento
Il potere della cosca, tuttavia, non si esauriva nel condizionamento della macchina amministrativa, ma si manifestava anche nella pretesa di sostituirsi allo Stato come autorità illegale nella risoluzione di controversie tra privati.
Le indagini hanno, infatti, documentato due episodi di estorsione realizzati con il metodo del cosiddetto “cavallo di ritorno”: due cittadini, dopo aver subito il furto delle proprie autovetture da parte di soggetti di etnia rom, si sarebbero rivolti al capocosca per recuperare i mezzi, ottenendone la restituzione solo a fronte della dazione di denaro.
La pervasività dell’organizzazione emerge, inoltre, da un episodio di usura particolarmente gravoso ai danni di un imprenditore del settore della ristorazione, gravato da debiti commerciali: a fronte di un prestito di quindicimila euro, gli indagati avrebbero preteso la restituzione di ventimila euro entro tre mesi, applicando un tasso di interesse trimestrale del 133%, corrispondente a un tasso su base annua pari al 532%, e richiedendo a garanzia del debito l’emissione di assegni bancari post-datati.




