Ponte sullo Stretto, il governo riscrive l’iter amministrativo dopo lo stop della Corte dei Conti
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Redazione Interno
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Il provvedimento, su cui il governo aveva incassato la fiducia soltanto ventiquattr’ore prima, è stato licenziato in seconda lettura dall’Assemblea di Montecitorio senza alcuna modifica rispetto al testo già trasmesso dal Senato; diventa, pertanto, legge a tutti gli effetti. I numeri dell’aula – 160 favorevoli, 110 contrari e 7 astenuti – restituono una fotografia precisa dello spaccamento politico che, tuttavia, non ha scalfito la tenuta dell’esecutivo su un’opera ritenuta strategica, nonostante le complessità emerse nelle settimane scorse. La conversione è arrivata a ridosso della scadenza fissata per l’11 maggio, evitando così il rischio di una decadenza che avrebbe vanificato un intervento normativo su cui la maggioranza ha speso gran parte del suo capitale politico in materia di grandi infrastrutture.
La risposta ai giudici contabili
L’intervento legislativo nasce per neutralizzare l’ostacolo tecnico-giuridico sollevato dalla magistratura contabile; quest’ultima, con una delibera resa pubblica nello scorso autunno, aveva infatti negato il visto alla decisione del Cipess (il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile), bloccando di fatto la procedura amministrativa. I rilievi della Corte dei Conti, come si legge nelle motivazioni depositate a suo tempo, non erano di poco conto: la delibera violava la direttiva europea Habitat e le norme sugli appalti, oltre a presentare carenze istruttorie riguardanti l’analisi costi-benefici e i piani tariffari. Con la nuova legge, l’esecutivo ha di fatto riscritto le regole del gioco: il ministero delle Infrastrutture è stato incaricato di procedere autonomamente agli adempimenti necessari – dall’aggiornamento del piano economico-finanziario alle verifiche ambientali – per sanare quei vizi procedurali che avevano fermato la macchina.
La ricalibratura finanziaria e il costo totale dell’opera
Non solo procedura, però. Il testo definitivo mette nero su bianco il valore complessivo dell’infrastruttura, fissandolo in 14,442 miliardi di euro. Una cifra che non è nuova, ma che acquisisce rilievo normativo proprio grazie a questo passaggio parlamentare. All’interno di questa somma, viene operata una significativa ridistribuzione temporale delle risorse: circa 2,787 miliardi di euro, che erano inizialmente previsti nel bilancio per il triennio 2026-2029, slittano ora al successivo quinquennio 2030. Si tratta di uno spostamento che alleggerisce la pressione sulla spesa nei prossimi anni immediati, diluendo l’impegno finanziario su un arco più lungo, sebbene gli addetti ai lavori sappiano bene come le rimodulazioni di questo tipo rappresentino spesso un termometro delle tensioni esistenti tra i vincoli di bilancio e le ambizioni progettuali.
Poteri straordinari e opere complementari
Il decreto legge, ormai ribattezzato da tutti “decreto Ponte”, non si limita a bypassare lo stop della Corte dei Conti, ma introduce anche un meccanismo gestionale che accelera i tempi operativi. Tra le misure più rilevanti spicca la nomina dell’amministratore delegato pro tempore di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) quale commissario straordinario per gli interventi infrastrutturali ferroviari complementari al collegamento stabile. A costui vengono conferiti pieni poteri, in deroga alle normali norme del codice dei contratti pubblici, sulla scia di quanto già previsto dal cosiddetto “Sblocca cantieri”. In concreto, il provvedimento punta a garantire che le opere di connessione – fondamentali per rendere utile il ponte una volta costruito – avanzino di pari passo con il progetto principale, evitando il rischio di trovarsi di fronte a un’infrastruttura isolata.




