Il pilota dell'F15 abbattuto in Kuwait e il video del salvataggio mentre cresce la guerra tra Israele e Iran
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Redazione Esteri
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Il cielo sopra il Kuwait, nella giornata di lunedì, è stato teatro di un drammatico errore militare che poteva costare la vita a sei aviatori statunitensi e che invece, per un concorso di circostanze favorevoli e per la prontezza dei soccorritori, si è concluso senza spargimento di sangue. Nel caos di quella che ormai è una guerra aperta e dichiarata tra Israele e Stati Uniti da una parte e la Repubblica Islamica dell'Iran dall'altra, tre caccia bombardieri F-15E Strike Eagle dell'US Air Force sono precipitati al suolo. Il Comando Centrale americano, il Centcom, non ha usato giri di parole nel diramare la notizia: si è trattato di un “incidente di fuoco amico”, un friendly fire, con i velivoli finiti nel mirino delle batterie contraeree kuwaitiane. Un paradosso amaro, se si considera che il Kuwait è da decenni un pilastro della presenza militare statunitense nella regione del Golfo Persico.
Le concitate fasi dell'accaduto, come ricostruito dai primi comunicati ufficiali del Pentagono, risalgono a domenica notte ora locale, quando i caccia erano in volo per supportare l’Operazione Epic Fury. Si trattava, spiegano dal Centcom, di un contesto operativo estremamente complesso e saturo di minacce: nel cielo, infatti, incrociavano non solo i velivoli statunitensi e israeliani ma anche droni e missili balistici lanciati dall’Iran come rappresaglia per i bombardamenti che hanno portato alla morte del leader supremo, l'ayatollah Ali Khamenei. È in questo scenario di caos bellico che i sistemi di difesa kuwaitiani, probabilmente saturi e in fibrillazione per l'alto numero di bersagli ostili in avvicinamento, hanno inquadrato e colpito i tre F-15 scambiandoli per una minaccia proveniente da Teheran. Tutti e sei i membri degli equipaggi, composti ciascuno da un pilota e un ufficiale addetto ai sistemi d'arma, hanno fatto in tempo ad azionare i seggiolini eiettabili, lanciandosi con il paracadute prima che i caccia si schiantassero al suolo in fiamme.
Le immagini dell'impatto e il recupero dei superstiti
Proprio quei secondi fatali sono stati immortalati da alcuni video diventati virali sui social network e successivamente verificati dalle agenzie di stampa internazionali: le riprese, girate da residenti nella zona a sud-ovest di Al Jahra, mostrano chiaramente un aereo militare che descrive una spirale discendente nel cielo notturno prima di trasformarsi in un fungo di fuoco all'impatto con il terreno. Subito dopo, la telecamera si sposta per inquadrare la sagoma di un paracadute che si apre e scende lentamente verso le strade polverose del deserto. Ed è qui che arriva la parte più umana e meno legata alla geopolitica di questa storia: alcuni civili kuwaitiani, accortisi del pilota in difficoltà, si sono precipitati a soccorrerlo. In un altro filmato, girato verosimilmente con un telefono cellulare, si vede un uomo con la tuta da volo e il casco – evidentemente uno degli aviatori americani – che viene aiutato a salire a bordo di un fuoristrada. Nella concitazione del momento, mentre lo caricano in auto, si sente nitida la voce di uno dei soccorritori che urla: “È americano, bisogna chiamare un'ambulanza”. Un gesto istintivo di solidarietà in mezzo agli orrori della guerra. Il Centcom ha confermato poche ore dopo che tutti e sei i militari sono stati tratti in salvo e trasportati in una struttura medica, dove sono stati ricoverati in condizioni definite stabili, nonostante lo stress fisico e psicologico di un'espulsione d'emergenza a bassa quota.
La duplice narrazione tra Teheran e Washington e l'allargamento del conflitto
Come spesso accade in questi frangenti, anche la ricostruzione dell'accaduto è diventata immediatamente terreno di scontro mediatico e propagandistico. Se Washington, attraverso il Centcom e le dichiarazioni del portavoce del ministero della Difesa kuwaitiano, il colonnello Saud Al-Atwan, ha parlato subito di un tragico equivoco tra alleati, da Teheran è partita una narrazione diametralmente opposta. Le agenzie di stampa vicine alla Guardia Rivoluzionaria iraniana, come la Tasnim, hanno rivendicato il “downg” dei caccia americani, sostenendo che a colpirli siano state le difese aeree della Repubblica Islamica mentre tentavano di “violare lo spazio aereo del Paese”. Una versione, quella iraniana, che per ora non trova alcun riscontro nelle analisi degli esperti militari occidentali e che appare più che altro funzionale a sostenere il morale interno in un momento difficilissimo per il regime, decapitato della sua guida suprema.
L’episodio dei tre F-15, che per la cronaca rappresenta una delle più gravi perdite di aerei in un singolo incidente per l'aviazione americana dagli anni Novanta, si inserisce peraltro in un'escalation regionale dai contorni sempre più ampi e preoccupanti. Gli attacchi israeliani, condotti in coordinamento con le forze di Trump, non si sono limitati al territorio iraniano. Nelle stesse ore, l'aviazione israeliana ha martellato obiettivi in Libano, ufficialmente per colpire infrastrutture di Hezbollah, causando un bilancio provvisorio che parla di almeno 31 vittime civili e oltre 149 feriti. Il portavoce dell'Idf ha lanciato un avvertimento senza mezzi termini alla popolazione libanese: chiunque si trovi nelle vicinanze di postazioni del Partito di Dio mette a repentaglio la propria incolumità. Una dichiarazione che suona come il preludio a una campagna di bombardamenti ancora più intensa e che ha già provocato un nuovo esodo di sfollati dalle zone meridionali del Paese dei Cedri verso Beirut. Nel frattempo, l'eco delle esplosioni ha raggiunto anche i centri nevralgici del mondo arabo, con raid aerei o lanci di missili segnalati a Gerusalemme, Dubai, Abu Dhabi e Doha, a dimostrazione di come la guerra rischi di tracimare i confini dei belligeranti principali per coinvolgere l'intera regione del Golfo.
Lo Stretto di Hormuz e le implicazioni globali di un conflitto senza confini
A pagare il prezzo più alto di questa instabilità, oltre alle popolazioni civili, è però anche l'economia globale. Lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia strategico attraverso cui transita una fetta sostanziosa del petrolio mondiale, è di fatto diventato una trappola mortale per le navi mercantili. Le mine e gli attacchi portati avanti dai pasdaran iraniani, o da milizie per procura, hanno già bloccato o deviato diverse petroliere, facendo schizzare verso l'alto le quotazioni del greggio e gettando nel panico i mercati finanziari. Il presidente Trump, forte della sua posizione e forte del fatto di essere di nuovo il presidente alla Casa Bianca, ha lanciato messaggi chiari e minacciosi, lasciando intendere che la morte dell'ayatollah Khamenei potrebbe portare a uno scenario simile a quello venezuelano, con la rimozione del leader e l'instaurazione di un governo più incline alla trattativa con Washington. La situazione, in questo inizio di marzo del 2026, rimane quindi in bilico tra un'escalation militare devastante e la concreta possibilità di un collasso politico di Teheran, mentre i soccorritori in Kuwait tornano a occuparsi dei rottami fumanti di tre caccia da 30 milioni di dollari l'uno e dei piloti che, per fortuna, sono vivi per raccontarlo.




