Il 25 aprile di Roma tra spray urticante e memorie contrapposte

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La giornata della Liberazione, ieri, si è trasformata a Roma in un campo di battaglia simbolico prima ancora che fisico, con episodi di tensione che hanno incrinato la superficie apparentemente compatta di una ricorrenza, l’81esimo anniversario della fine dell’occupazione nazifascista, solitamente consacrata al racconto unitario. Se da un lato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accompagnato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, deponeva una corona d’alloro all’Altare della Patria – cerimonia alla quale hanno preso parte i presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, oltre alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni – dall’altro, a poche centinaia di metri, la piazza offriva un quadro assai più frammentato e acceso. Il corteo principale, promosso dall’Anpi e dalla Cgil, partito da Porta San Paolo e diretto verso Parco Schuster, si è presto rivelato un contenitore dentro il quale sensibilità politiche anche radicalmente distanti tra loro hanno trovato modo di esprimersi, talvolta scontrandosi.

L’episodio dello spray e l’intervento delle forze dell’ordine

Il momento di maggiore frizione si è registrato quando un gruppo di una decina di manifestanti, riconducibili ai Radicali italiani e a +Europa, ha raggiunto la Piramide Cestia sventolando alcune bandiere dell’Ucraina. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, è stato a quel punto che alcuni esponenti di “Cambiare Rotta” hanno fatto uso di spray urticante; il getto, hanno poi accertato gli agenti, ha colpito non solo i contendenti ma anche alcuni operatori delle forze dell’ordine che si trovavano in abiti civili. La reazione è stata immediata, con le autorità costrette a intervenire per separare i due gruppi e riportare una parvenza di ordine in una zona, quella intorno alla Piramide, già resa incandescente dalla compresenza di anime opposte.

La flotilla dei movimenti e i cori per gli anarchici

A rendere ancora più complesso il quadro, però, è stata la massiccia presenza del fronte cosiddetto “pro-Pal” e del Carc (Coordinamento Antifascista e Repubblicano), che hanno di fatto trasformato parte della manifestazione in una sorta di flotilla terrestre. Tra bandiere con la falce e il martello, vessilli iraniani e striscioni esplicitamente ostili al sionismo – alcuni dei quali inneggiavano alla morte di Israele – sono risuonati anche cori in memoria di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano. I due anarchici, come noto, persero la vita alla fine di marzo mentre, secondo le indagini, stavano maneggiando un ordigno che avrebbe dovuto far esplodere la stazione di polizia di Roma Tuscolano. Il loro ricordo, trasformato in un grido di battaglia da una parte dei partecipanti, ha di fatto sovrapposto alla commemorazione della Resistenza un altro martirio, ben più controverso e recente, generando non poca inquietudine tra gli altri presenti.

La memoria ufficiale e il corteo che si frantuma

Mentre il capo dello Stato onorava i caduti della lotta partigiana in un rituale istituzionale privo di scosse, la piazza di Porta San Paolo raccontava una verità più cruda: quella di un Paese che fatica a trovare un linguaggio comune persino nella ricorrenza fondativa della sua democrazia. Alcuni manifestanti, bisogna aggiungerlo, hanno cercato di tenere separati i piani, tentando di riportare l’attenzione sui valori antifascisti storici; ma la loro voce è stata spesso sovrastata dagli slogan più aggressivi e dalle provocazioni reciproche. L’intera giornata ha così restituito l’immagine di un 25 aprile liquido, dove ogni gruppo ha portato la propria bandiera – letteralmente e metaforicamente – senza che alcuna sintesi riuscisse a emergere dal groviglio di rancori e memoria selettiva.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.