Il 25 aprile delle piazze violentate tra spray urticante e la Brigata ebraica sotto scorta
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Redazione Interno
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Potremmo discettare a lungo, come ogni anno del resto, sulla natura divisiva di una ricorrenza che più di ogni altra dovrebbe raccontare l’Italia unita, e soffermarci invece sul passo avanti – o sulla svolta – di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio, meno trattenuta rispetto ai toni cauti degli anni passati, ha parlato apertamente di «oppressione del regime» e di valori «conculcati» dal fascismo, rompendo quel velo di ambiguità che spesso aveva avvolto le celebrazioni del centrodestra. Tuttavia, a rubare la scena e a trasformare la Festa della Liberazione in una sorta di festa alla rovescia sono stati i fatti di cronaca accaduti lontano dalle cerimonie ufficiali, nelle pieghe violente dei cortei. A Roma, a Porta San Paolo, la tensione è esplosa ben prima della partenza del serpentone dell’Anpi: alcuni manifestanti che esponevano bandiere gialloblù dell’Ucraina sono stati presi di mira da gruppi antagonisti con spray urticante, una sostanza irritante spruzzata non solo contro i militanti di +Europa ma anche contro agenti in borghese intervenuti per sedare la rissa. Le immagini, diventate virali in pochi minuti, mostrano una ressa violenta e confusa dove la bandiera di un popolo che subisce un’invasione viene letteralmente strappata di mano, mentre il presidente dei Radicali italiani, Matteo Hallissey, finiva per ricevere le cure del 118 dopo l’aggressione. La polizia, acquisiti i filmati delle telecamere di sorveglianza e della zona della Piramide Cestia, sta ora tentando di risalire agli autori del gesto, identificati in una prima ricostruzione come «militanti di Cambiare Rotta» o di gruppi afferenti all’estrema sinistra, cercando di stabilire se vi sia un filo conduttore con le altre violenze che hanno costellato la giornata.
Milano e l’onta della Brigata ebraica
Se a Roma il movente sembra legato al conflitto ucraino e alla presunta deriva “atlantista” di una parte della manifestazione, a Milano l’intolleranza ha assunto i tratti inequivocabili della vergogna antisemita. Qui i riflettori si sono accesi su un episodio che ha dell’incredibile, verificatosi proprio mentre il corteo sfilava nel cuore della città: la Brigata ebraica, presente con un proprio drappo, è stata circondata e insultata da un gruppo di contestatori che hanno urlato frasi di un razzismo atavico e violento, tra cui il terrificante «siete solo saponette mancate», una delle frasi più abiette che si possano rivolgere a membri della comunità ebraica. La situazione è degenerata a tal punto che gli organizzatori e i partecipanti legati al mondo ebraico sono stati costretti ad allontanarsi dal percorso principale, scortati dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno dovuto aprire un varco per metterli in salvo lungo via Senato. Le associazioni come Setteottobre e Amici di Israele, che pure avevano chiesto di partecipare simbolicamente alla ricorrenza per ricordare la lotta contro il nazifascismo, hanno dovuto assistere impotenti alla resa dei conti in piazza; una dinamica, quest’ultima, che ha spinto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a parlare di «autentica vergogna» e a segnalare come la celebrazione sia stata «deturpata dall’antisemitismo». La premier Meloni, dal canto suo, ha utilizzato i social per stilare un elenco – quasi un atto d’accusa – che includeva questi episodi accanto all’imbrattamento delle targhe in ricordo delle Foibe e alle contestazioni subite da alcuni primi cittadini, chiedendosi retoricamente: «Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema».
Spari e misteri nel parco Schuster
La cronaca di questa giornata segnata dal vetriolo, però, non può ignorare un altro livello di tensione, forse il più inquietante perché legato all’uso di armi da fuoco. A Roma, nei pressi del parco Schuster, si sono uditi degli spari che hanno ferito due sostenitori dell’Anpi, i quali indossavano il fazzoletto partigiano al collo. Stando a quanto ricostruito dalla Digos e riportato dalle prime agenzie, un motociclista – avvolto in un giubbotto mimetico – ha esploso dei colpi prima di dileguarsi nel caos del traffico, lasciando la città con il fiato sospeso e una domanda che ancora aleggia pesante: chi era quell’uomo? La dinamica rimane avvolta nel mistero, con gli inquirenti che setacciano i frame delle telecamere della zona per capire se si sia trattato di un gesto dimostrativo (forse a salve, viste le lievi ferite riportate dalle vittime) o di un tentativo di fare sul serio. A differenza delle aggressioni con lo spray, che hanno una matrice politica identificabile nei rivoltosi, lo sparo rappresenta un salto di qualità preoccupante nella gestione della conflittualità di piazza. Sul fronte politico, l’episodio ha generato un cortocircuito polemico: mentre la premier condannava con vigore l’uso della violenza e la cacciata della Brigata ebraica, le opposizioni (in particolare dal Partito Democratico e da Avs) hanno notato una “dimenticanza” sospetta nel suo intervento pubblico, quello in cui non ha citato esplicitamente i due partigiani feriti dai colpi di arma da fuoco, quasi a voler distinguere tra un dolore e l’altro.
Il paradosso di una liberazione a colpi di spray
A ben guardare, il filo rosso che lega gli scontri di Roma – sia a Porta San Paolo sia al parco Schuster – e le intolleranze milanesi è la profonda incapacità di gestire il simbolo altrui. Da una parte i manifestanti pro-Ucraina, aggrediti fisicamente perché ritenuti portatori di una guerra “imperialista” o “Nato”; dall’altra la Brigata ebraica, bersagliata da slogan che evocavano le peggiori pagine del Novecento. In entrambi i casi, il corteo del 25 aprile, nato per celebrare la cacciata del nazifascismo, si è trasformato in un palcoscenico dove rigurgiti antisemiti e violenza antagonistica hanno avuto la meglio sulla memoria storica. I fatti raccontano di una mattinata in cui i rappresentanti di +Europa, tra cui Filippo Blengino e Ivan Grieco, si sono visti negare il diritto a sfilare con un pezzo di stoffa gialloblù, costretti a rifugiarsi nel centro del corteo per evitare ulteriori colpi di spray al peperoncino; e di una scoperta amara per gli organizzatori dell’Anpi, costretti a prendere le distanze dai facinorosi infiltrati. La Procura di Roma, raccolte le denunce presentate in Questura, ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate e interruzione di servizio pubblico, cercando di dare un volto e un nome a quelli che la premier ha definito «i falsi democratici». Resta, nell’aria, la sensazione che la politica – spesso impegnata a recitare la propria parte tra dichiarazioni rituali e baci della domenica – sia stata spiazzata dalla ferocia spontanea di chi, in fondo, di antifascismo forse non ha mai voluto sapere nulla, preferendo costruire un nemico nuovo su cui scaricare la propria rabbia, fosse questi un ebreo, un ucraino o semplicemente un anziano partigiano.




