La piazza e i silenzi della burocrazia: il grido di “Giustizia per Adam” si alza davanti all’ospedale di Rovigo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Erano in 137 ieri mattina – anche se nelle prime stime si parlava di un numero più alto, sfiorato il 200 – a presidiare il piazzale antistante l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Rovigo, arrivati con un pullman da Fidenza e Piacenza, ma anche da Milano e Parma, per chiedere “verità e giustizia” per il piccolo Adam Mohamed Abdelmoeti Ibrahim Seddik. Quel bambino di due anni e mezzo, sorriso ancora stampato nelle fotografie sventolate durante la manifestazione, non c’è più dal 14 aprile: è morto a Padova dopo essere stato trasferito d’urgenza, quando un intervento al braccio – giudicato dai sanitari come una procedura di routine – si era trasformato in un arresto cardiaco in sala operatoria. La folla, composta in gran parte da membri della comunità egiziana e da amici della famiglia, ha scandito slogan a gran voce aiutata da un megafono, mentre il padre del piccolo, sorretto dallo zio per la stanchezza e il dolore, si lasciava sfuggire un grido che ha gelato l’aria: “Cos’hanno fatto a mio figlio?”.

La duplice traccia dell’inchiesta: i carabinieri e i fascicoli della Procura

L’ombra degli accertamenti giudiziari si allunga già da qualche giorno sull’accaduto. La Procura di Padova, competente territorialmente perché lì si è verificato il decesso, ha aperto un fascicolo e disposto immediatamente il sequestro delle cartelle cliniche del piccolo. I carabinieri, intervenuti all’arrivo dell’ambulanza nel capoluogo euganeo dopo la drammatica corsa di 45 minuti da Rovigo, hanno avviato i primi rilievi. Nei prossimi giorni sarà eseguita l’autopsia sul di Adam, un esame che la famiglia – assistita dall’avvocato Stefano Zoia – attende con ansia mista a terrore, nella speranza che faccia luce su un punto cruciale: cosa ha provocato l’arresto cardiaco durante un intervento che, tecnicamente, doveva risolvere una lesione al braccio destro risalente alla nascita. Se i riscontri lo richiederanno, il fascicolo potrebbe essere trasferito a Rovigo, dove l’operazione era stata programmata e dove il primario (lo stesso specialista che aveva visitato il bambino al Meyer di Firenze) aveva preso in carico il caso.

La Regione muove i suoi ispettori, mentre la politica osserva il vuoto

A muoversi sul piano amministrativo è stata intanto la Regione del Veneto, che per voce del presidente Alberto Stefani ha chiesto “chiarezza sui fatti e sulle eventuali responsabilità”. Palazzo Balbi non si è limitata a dichiarazioni di circostanza: ha già disposto una visita ispettiva all’ospedale di Rovigo attraverso Azienda Zero, il braccio tecnico della sanità veneta. Un passaggio formale, ma sostanziale, che mira a verificare se le procedure interne – dalla preparazione del paziente alla gestione dell’emergenza – abbiano seguito i protocolli previsti. Stefani, che ha chiesto lumi direttamente al direttore generale dell’Ulss 5 Polesana, ha parlato di “rispetto del lavoro della magistratura”, ma l’invio degli ispettori suggerisce una volontà precisa: capire se la struttura fosse attrezzata per gestire una potenziale complicanza in un bambino così piccolo. La morte di Adam, tra l’altro, è già stata segnalata al ministero della Salute come “evento sentinella”, una categoria che impone analisi immediate per prevenire il ripetersi di tragedie simili.

Quei 45 minuti di ambulanza e i dubbi della famiglia sull’elisoccorso

A rendere ancora più amaro il calice per i genitori, Mohamed e Yasmin (quest’ultima, madre di altre quattro figlie, era tornata in Egitto per il parto proprio a causa della gravidanza complicata), è la cronologia degli eventi. Adam era entrato in sala operatoria martedì mattina alle otto. Dopo circa un’ora, i familiari che attendevano fuori hanno notato un insolito via vai di medici. Il bambino era andato in arresto cardiaco; rianimato, è stato caricato su un’ambulanza diretto a Padova. La domanda che ora gli inquirenti dovranno sciogliere, e che la famiglia ha già posto formalmente tramite i legali, è duplice: perché non è stato attivato l’elisoccorso, considerata la gravità della situazione clinica e la presenza di cantieri che potrebbero aver rallentato il trasporto su gomma? E perché il piccolo, arrivato in ospedale, non è sopravvissuto nonostante il ricorso alla macchina cuore-polmoni? Il padre, in un misto di disperazione e rabbia, ha rilasciato dichiarazioni dure: “Mi sono fidato e me l’hanno ammazzato”. Un dolore nudo, privo di giri di parole, che ha trovato eco negli striscioni esposti ieri sotto le mura dell’ospedale.

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