Musk contro Altman, la resa dei conti sull’Ia finisce in tribunale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c’è più traccia, in un’aula di Oakland, di quel sogno californiano che voleva un’intelligenza artificiale trasparente, sicura e lontana dagli appetiti del capitale. La causa intentata da Elon Musk contro OpenAI – depositata nel 2024 – ha portato finalmente al banco dei testimoni i due protagonisti di quella che, ormai, somiglia a una classica faida tra ex soci, più che a una battaglia per il futuro dell’umanità. Per la prima volta, Sam Altman ha varcato la soglia di un tribunale per raccontare la sua versione della storia, mentre dall’altra parte c’è chi quel laboratorio lo ha contribuito a fondare e oggi ne chiede un risarcimento, sostenendo che la missione originaria – un’Ia a beneficio di tutti, senza scopo di lucro – sia stata tradita.

L’eredità secondo Musk: un progetto, poi un’ossessione personale

La versione di Musk, che abbiamo già avuto modo di ascoltare nel corso dei primi interrogatori, ruota attorno a un’idea chiara: OpenAI sarebbe nata come organismo senza fini di lucro, e la sua virata verso modelli commerciali – in particolare dopo l’alleanza con Microsoft – rappresenterebbe un vero e proprio tradimento. Durante la deposizione, però, sono affiorati dettagli che gettano un’altra luce sui rapporti interni. Altman ha rivelato, tra l’altro, di possedere partecipazioni personali per oltre 2 miliardi di dollari in aziende che hanno collaborato con OpenAI; una di queste, Helion Energy, gli frutta una quota da 1,65 miliardi, portando il suo patrimonio netto oltre i 4 miliardi. Un dato, quest’ultimo, che non ha mancato di alimentare le accuse incrociate.

Il piano che avrebbe cambiato tutto, secondo Altman

Dal canto suo, Sam Altman ha offerto al giudice una ricostruzione diversa, fatta di tensioni interne già evidenti prima della trasformazione di OpenAI. Ha parlato di un progetto – quello di un’Ia davvero libera e sicura – che Musk avrebbe voluto, a un certo punto, “dare in eredità ai propri figli”. Una frase, quest’ultima, destinata a pesare nel dibattito, perché suggerisce una concezione personalistica dell’impresa, quasi fosse un bene dinastico da tramandare. Altman ha descritto un ambiente in cui la struttura di controllo è cambiata gradualmente, spostandosi verso modelli più aperti al capitale privato; un processo, ha aggiunto, reso necessario per sostenere i costi proibitivi dello sviluppo.

La pietra tombale sull’utopia della Silicon Valley

Se si guarda al quadro complessivo, l’aula di Oakland appare oggi come il luogo simbolico dove muoiono le grandi utopie tecnologiche. La resa dei conti tra i due miliardari – Musk, l’uomo più ricco del mondo, e Altman, affiancato da Greg Brockman – sta consumando l’atto finale di un’epoca fatta di promesse disinteressate. La disputa non riguarda soltanto il passato del laboratorio: tocca direttamente il modo in cui verrà governata una delle aziende più influenti nel campo dell’intelligenza artificiale. La causa, ancora in corso, fa emergere ogni giorno nuovi stralci di testimonianze, nessuna delle quali restituisce l’immagine di un progetto rimasto fedele alle origini. Anzi, ne esce il ritratto di una creatura nata sotto il segno dell’altruismo, poi gradualmente divorata dalla logica di mercato e dalle ambizioni personali dei suoi stessi padri fondatori.

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