Trump annuncia “Project Freedom” per le navi bloccate a Hormuz, Teheran: “Ogni interferenza viola la tregua”
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Redazione Esteri
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Non accennano a placarsi le tensioni intorno allo Stretto di Hormuz, dove la crisi umanitaria e diplomatica legata al blocco navale rischia di tradursi in una nuova, pericolosa escalation. È di poche ore fa l’annuncio – arrivato direttamente dal presidente americano Donald Trump attraverso il suo social network – del lancio di “Project Freedom”, un’operazione che, a partire da oggi, dovrebbe “guidare fuori dalle acque controllate” le navi civili rimaste intrappolate, molte delle quali, va detto, battono bandiera di nazioni del tutto estranee al conflitto in corso. Trump ha incorniciato l’iniziativa, che prevede l’impiego di cacciatorpediniere e risorse del Centcom, come un “gesto umanitario” volto a soccorrere equipaggi esausti e imbarcazioni che, ormai da settimane, non possono attraversare uno dei punti nevralgici del commercio energetico globale. La mossa, tuttavia, è stata accolta immediatamente da una replica durissima da Teheran, dove un alto funzionario ha parlato esplicitamente di “violazione del cessate il fuoco”.
La linea rossa di Teheran e l’avvertimento di Azizi
La risposta iraniana non si è fatta attendere, ed è arrivata tramite un canale ufficiale quanto mai esplicito. A rompere il silenzio è stato Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, il quale, in un post pubblicato su X (ex Twitter), ha voluto chiarire il confine invalicabile per la Repubblica Islamica. “Qualsiasi interferenza americana – si legge nella dichiarazione – nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco”. Azizi non si è limitato a una generica condanna, ma ha aggiunto che lo Stretto e il Golfo Persico “non saranno gestiti dai post deliranti di Trump”, un’espressione, quest’ultima, che rivela la profonda irritazione dei vertici politici e militari iraniani di fronte a quella che percepiscono come un’ingerenza diretta nella loro sfera di sovranità. È un avvertimento che non lascia spazio a fraintendimenti: per Teheran, così come la tregua in atto vieta attacchi reciproci, essa sancisce implicitamente l’esclusività del controllo iraniano sulle acque, un controllo che gli Usa, con questa operazione, sembrano intenzionati a forzare.
L’operazione “Project Freedom” tra logistica e diplomazia
Sul piano pratico, l’operazione annunciata sembra muoversi su un crinale sottile, quello che separa la necessità di alleviare le sofferenze dei marinai – ormai più di 20mila, secondo alcune stime, intrappolati a bordo di circa 900 navi – dalla volontà di non innescare una reazione militare incontrollata. Lo stesso Trump ha cercato di smorzare i toni, rivelando come i suoi rappresentanti stiano conducendo “colloqui molto positivi” con l’Iran, suggerendo che, al di là delle apparenze, un canale diplomatico esista e sia persino piuttosto attivo. Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha confermato di stare “esaminando la risposta statunitense” all’ultima proposta di pace in 14 punti, una piattaforma che, a quanto si apprende, mira principalmente a porre fine alla guerra rinviando a un secondo tempo la spinosa questione nucleare. L’ambiguità, dunque, regna sovrana: mentre il Pentagono schiera 15mila uomini e mezzi aerei sotto l’egida del Centcom per “Project Freedom”, a dichiararlo espressamente è un funzionario anonimo, le autorità cercano di precisare che non si tratta di una “missione di scorta” vera e propria, quanto piuttosto di un’assistenza coordinata per il traffico civile.
L’incognita marittima e il peso della tregua
A rendere il quadro ancora più complesso è la fragilità intrinseca della tregua stessa: un accordo, quello siglato il mese scorso, che non ha mai trovato una vera declinazione sul fronte navale. L’avvertimento di Azizi trasforma, di fatto, ogni movimento delle unità statunitensi – anche quelle dedite esclusivamente al recupero di navi di terze parti – in un potenziale *casus belli*. Secondo alcuni analisti, del resto, la Marina americana non possiederebbe gli assets necessari per dragare le mine o scortare in sicurezza centinaia di mercantili in un ambiente così ostile senza il consenso, o almeno la tacita accettazione, di Teheran. L’una e l’altra, per il momento, sembrano procedere per dichiarazioni pubbliche contrastanti. Trump, da un lato, rilancia l’iniziativa come un gesto di liberazione; Azizi, dall’altro, la bolla come un atto ostile. In questo braccio di ferro verbale, il destino delle navi ferme a Hormuz resta appeso a un filo sottilissimo, mentre la comunità internazionale – o per meglio dire i singoli governi nazionali, le cui compagnie di navigazione sono in attesa di direttive – osserva con crescente apprensione lo scorrere di quelle ore che potrebbero determinare il rispetto o la definitiva rottura della tregua in corso.




