Hyundai naviga nella crisi delle terre rare mentre l’industria automobilistica frena
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Redazione Economia
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Mentre la Cina stringe i cordoni delle esportazioni di terre rare, materiali essenziali per batterie e componenti elettronici, Hyundai Motor dimostra di aver giocato d’anticipo. Il gruppo sudcoreano, che ha accumulato scorte sufficienti per almeno dodici mesi di produzione, si trova oggi in una posizione privilegiata rispetto ai concorrenti internazionali, molti dei quali già alle prese con rallentamenti e costi lievitati. Una strategia di approvvigionamento a lungo termine, quella della casa automobilistica, che si rivela decisiva in un mercato sempre più segnato da tensioni geopolitiche e da una domanda in crescita per i veicoli elettrici.
La crisi attuale, seppur diversa nelle cause rispetto a quella dei microchip del 2021-2023, rischia di produrre effetti analoghi: blocchi produttivi, ritardi nelle consegne e un’ulteriore spinta all’aumento dei prezzi. All’epoca, la carenza di semiconduttori – favorita anche dalla concentrazione della produzione a Taiwan e dalla preferenza accordata ai produttori di elettronica di consumo – paralizzò le linee di assemblaggio. Oggi, invece, è la dipendenza dalle terre rare cinesi a creare squilibri. Pechino, che controlla oltre l’80% dell’offerta globale, ha iniziato a limitare le esportazioni, utilizzando queste risorse come leva strategica in un contesto di rivalità commerciale e tecnologica.
In Italia, dove l’industria automobilistica poggia su una filiera fragile e altamente esposta alle importazioni dalla Cina, la situazione è particolarmente critica. Senza alternative immediate, i produttori locali potrebbero presto trovarsi costretti a ridurre o sospendere l’attività, con ripercussioni a catena sull’occupazione e sugli investimenti nella transizione elettrica. Già si registrano casi di aziende disposte a pagare premi sul prezzo pur di accaparrarsi le quantità minime necessarie, mentre alcuni analisti parlano di “mercato in preda al panico”.




