Hormuz, il nodo strategico che intrappola Trump e divide la Nato
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Redazione Esteri
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La ragnatela tesa dall’Iran nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale, si è rivelata una trappola assai più insidiosa di quanto la Casa Bianca avesse preventivato. A due settimane dall’inizio dell’operazione denominata Furia Epica, condotta congiuntamente da americani e israeliani, e della risposta iraniana ribattezzata Ruggito del Leone, emergono crepe profonde non solo nel teatro bellico mediorientale, ma anche, e forse soprattutto, nel fronte transatlantico. Donald Trump, forte della sua rielezione e di un mandato che intende interpretare in modo assertivo, si trova a dover fare i conti con una realtà geopolitica complessa: tenere aperto quel corridoio marittimo, angusto in termini geografici e quindi vulnerabile, non è operazione che si possa condurre in solitaria. La guerra asimmetrica che i Pasdaran conducono con motoscafi veloci, mine dormienti e missili costieri, rappresenta una sfida logistica di proporzioni enormi, capace di vanificare la superiorità tecnologica della Marina americana. E mentre le petroliere restano ferme o deviano le loro rotte, con il prezzo del greggio che ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile, il Presidente ha lanciato un appello agli alleati, ricevendo però un riscontro che, a dir poco, si può definire deludente.
L’Europa, nel dettaglio, ha risposto con un secco "picche", compattandosi su una posizione di netta distanza dalle operazioni belliche in corso. I ministri degli Esteri dei Ventisette, riunitisi a Bruxelles, hanno ribadito la volontà di rafforzare la missione Aspides – quella nata per proteggere il traffico nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi – ma hanno escluso categoricamente un suo coinvolgimento nello Stretto. Una scelta, questa, motivata dalla convinzione che il conflitto promosso da Washington e Gerusalemme contro Teheran sia "poco chiaro" nei suoi obiettivi di fondo e nei suoi contorni giuridici, e che l'Unione non deba rischiare di esserne trascinata dentro. La Francia, attraverso il ministero degli Esteri, ha fatto sapere che la portaerei Charles de Gaulle rimarrà nel Mediterraneo orientale, ignorando la richiesta di inviarla nel Golfo; il ministro della Difesa, Catherine Vautrin, era già stata chiara al riguardo. Anche la Germania, con il ministro degli Esteri Johann Wadephul, ha espresso più di una perplessità sull'efficacia stessa di Aspides nel suo mandato attuale, figurarsi in una estensione delle sue competenze. Il Regno Unito, pur avendo discusso con Trump della necessità di riaprire la via d'acqua, non ha formulato impegni concreti oltre alla disponibilità di un paio di unità navali, suscitando il malumore del presidente americano che, parlando a bordo dell'Air Force One, ha lasciato intendere che certi atteggiamenti non verranno dimenticati.




