Stretto di Hormuz, il petrolio torna a passare: l’Iran perde leva
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Redazione Economia
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Il petrolio è tornato a transitare in quantità consistenti attraverso lo Stretto di Hormuz, ridimensionando almeno in parte l’efficacia della pressione esercitata dall’Iran su una delle rotte energetiche più importanti del mondo. A settembre le esportazioni di greggio dei principali produttori mediorientali sono risalite ai massimi dall’inizio della guerra, mentre navi e carichi hanno ricominciato a muoversi grazie a un sistema che combina attraversamenti dello Stretto, trasferimenti tra petroliere e infrastrutture alternative. Una ripresa che modifica gli equilibri costruiti nei mesi in cui la chiusura della via d’acqua aveva alimentato timori di una crisi energetica globale.
Il traffico petrolifero risale dopo il crollo dei mesi scorsi
I dati di Kpler mostrano la dimensione del cambiamento. Le esportazioni di greggio dei principali produttori del Medio Oriente hanno raggiunto a settembre circa 16,3 milioni di barili al giorno, il livello più alto dall'inizio del conflitto a fine febbraio, pur rimanendo inferiori di circa 3,2 milioni rispetto ai volumi precedenti. Il recupero è stato sostenuto soprattutto dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Le spedizioni saudite sono salite a circa 5,4 milioni di barili quotidiani, più del doppio rispetto ad agosto, mentre dal porto di Ras Tanura sono partiti circa 3,25 milioni di barili al giorno.
Il ritorno delle petroliere non significa però che la navigazione abbia recuperato le condizioni precedenti alla guerra. Prima del conflitto, Hormuz gestiva normalmente circa 125 grandi navi commerciali al giorno e attraverso questo passaggio transitava approssimativamente un quinto delle forniture mondiali quotidiane di greggio e gas naturale liquefatto. Nel secondo trimestre il volume di greggio e prodotti petroliferi era precipitato a una media di 4,9 milioni di barili quotidiani, contro 21,6 milioni alla fine del 2025. La drastica contrazione aveva trasformato un collo di bottiglia geografico in uno dei principali fattori di rischio per i mercati energetici.
La logistica si è progressivamente adattata. Le compagnie hanno utilizzato trasferimenti da nave a nave nel Golfo dell'Oman, terminal situati fuori dallo Stretto e collegamenti terrestri capaci di aggirare almeno una parte dell'area più pericolosa. L'Arabia Saudita aveva spostato una quota dell'export verso Yanbu, sul Mar Rosso, attraverso l'oleodotto East-West; gli attacchi che hanno danneggiato questa infrastruttura a settembre hanno però spinto Riad a utilizzare nuovamente con maggiore intensità la rotta del Golfo. In una sola settimana 19 superpetroliere, ciascuna in grado di trasportare due milioni di barili, hanno attraversato Hormuz con carichi sauditi.
Petroliere, rotte alternative e viaggi a transponder spento
Una parte della nuova geografia del petrolio è difficile da misurare con precisione perché diverse navi attraversano le aree ad alto rischio spegnendo i transponder AIS, rendendo temporaneamente invisibile la propria posizione ai normali sistemi di tracciamento. Proprio per questo i dati preliminari possono essere rivisti quando vengono individuati successivamente i cosiddetti passaggi “dark”. Il 21 settembre sei superpetroliere avevano caricato quasi 12 milioni di barili tra Ras Tanura e Juaymah, sulla costa orientale saudita, segnando per quelle installazioni una giornata di attività eccezionale rispetto ai mesi della guerra.
Il sistema consente ai produttori del Golfo di mantenere aperto uno sbocco verso i mercati internazionali, ma comporta costi e rischi maggiori rispetto alla navigazione ordinaria. I trasferimenti tra petroliere richiedono operazioni aggiuntive, mentre la domanda di navi disponibili ha spinto fortemente verso l'alto le tariffe: per le superpetroliere impegnate nella traversata si sono registrati costi fino a 1,2 milioni di dollari al giorno. La protezione militare statunitense ha contribuito al movimento delle imbarcazioni e, secondo UK Maritime Trade Operations, nell'ultima settimana circa 30 navi al giorno hanno attraversato il passaggio con copertura aerea americana, in maggioranza tanker.
La sicurezza rimane un problema concreto. UKMTO ha segnalato quattro attacchi nell'arco di una settimana e una petroliera kuwaitiana, la Al Funtas, ha preso fuoco dopo essere stata colpita mentre attraversava l'area. I Pasdaran hanno rivendicato attacchi contro almeno 19 imbarcazioni dal 25 settembre, una dichiarazione che non ha ricevuto conferme indipendenti. La nave kuwaitiana era stata utilizzata più volte nei tre mesi precedenti per trasportare petrolio dal giacimento di Burgan verso tanker in attesa al largo di Fujairah, negli Emirati.
Il negoziato tra Washington e Teheran cambia insieme alle rotte
La ripresa dei flussi incide anche sul confronto diplomatico. A margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sono ripartiti contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran attraverso mediatori, i primi di questo tipo dopo il collasso della tregua di luglio. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha presentato una proposta che prevede la riapertura della via marittima e la ripresa dei colloqui sul programma nucleare entro sette giorni dall'accettazione americana, legando il piano alla rimozione del blocco navale dei porti iraniani, a deroghe sulle sanzioni petrolifere e a un cessate il fuoco comprendente anche il Libano.
La capacità dei produttori del Golfo di aumentare le esportazioni riduce però la dipendenza immediata dei mercati dalla completa normalizzazione della navigazione. In primavera lo scenario appariva molto diverso: Macquarie aveva attribuito una probabilità del 40% a un petrolio capace di raggiungere i 200 dollari al barile se la guerra e la chiusura dello Stretto fossero proseguite fino a giugno. Jason Bordoff, fondatore del Center on Global Energy Policy della Columbia University, aveva osservato che nessuna misura di politica energetica sarebbe stata sufficiente a impedire una corsa dei prezzi verso quei livelli con Hormuz bloccato, a causa dell'enorme quantità di offerta sottratta al mercato.
Il meccanismo messo in piedi durante i mesi di crisi ha invece mostrato una capacità di adattamento che allora era difficile quantificare. Oleodotti, porti alternativi, trasbordi e navigazione protetta hanno permesso di ricostruire progressivamente una parte dei collegamenti, mentre il blocco statunitense continua a colpire direttamente le esportazioni iraniane. Kpler stima che le scorte di petrolio accumulate da Teheran al di fuori dell'area sottoposta al blocco potrebbero esaurirsi entro metà ottobre, un elemento che aggiunge pressione economica proprio mentre sono ripresi i contatti diplomatici con Washington.
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