I negoziati Iran-Usa in Pakistan, tutte le incognite di una tregua armata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Islamabad si prepara a ospitare, nel pieno di un dispositivo di sicurezza senza precedenti che ha portato alla dichiarazione di due giorni festivi straordinari, il primo faccia a faccia tra Stati Uniti e Iran dall’inizio delle ostilità, risalenti ormai allo scorso 28 febbraio. La capitale pakistana, blindata in ogni suo accesso per l’arrivo delle delegazioni, diventa così il teatro di un negoziato ad altissimo rischio, dove la posta in gioco non è solo la tregua, ma la stabilizzazione di un intero sistema regionale messo in ginocchio da settimane di conflitto. Se da un lato la Casa Bianca, attraverso la voce del presidente Trump, ha definito il cessate il fuoco come un’opzione “prorogabile” in caso di progressi sostanziali, dall’altro Teheran si presenta al tavolo con un elenco di richieste che appaiono, agli occhi degli osservatori internazionali, come altrettante precondizioni per evitare il fallimento immediato delle trattative.

La stretta di Islamabad e il nodo della sicurezza

Le autorità pakistane hanno letteralmente trasformato interi quartieri della città in zone rosse, isolando hotel e snodi viabilistici per gestire l’arrivo delle delegazioni – quella americana guidata dal vicepresidente J.D. Vance, affiancato da inviati speciali di lungo corso, e quella iraniana su cui ancora aleggia un alone di mistero nonostante le smentite relative alla sua partenza. Questa mobilitazione imponente, che richiama i protocolli dei vertici tra potenze nucleari, testimonia la fragilità di un momento storico in cui qualsiasi intoppo logistico o malinteso sulla sicurezza rischierebbe di essere interpretato come un segnale di debolezza o, peggio, come un casus belli. L’atmosfera è quella tipica delle grandi occasioni diplomatiche, ma con un sottofondo di tensione bellica che nessuno riesce a dissipare del tutto, considerando che i rispettivi apparati militari restano in posizione di allarme.

Le divergenze strutturali: Libano, petroliere e uranio

La fragilità dell’intesa emersa nelle scorse ore è evidente se si analizzano le posizioni contrapposte sui tre dossier caldi: il corridoio marittimo, il programma nucleare e, soprattutto, la questione libanese. Mentre Washington spinge per uno sblocco immediato del transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz – dove nelle ultime ore è stata segnalata la prima nave con bandiera gaboniana diretta in India, seppur in un contesto di traffico ancora irrisorio rispetto agli standard pre-guerra – Teheran continua a subordinare qualsiasi passo avanti alla fine delle incursioni israeliane in Libano. Una richiesta, quest’ultima, che l’amministrazione Trump fatica a garantire, visto il braccio di ferro in corso con il governo di Netanyahu e la difficoltà oggettiva di separare i due teatri di crisi. Sul fronte del nucleare, poi, le posizioni restano distanti anni luce: gli iraniani chiedono la fine delle ingerenze e la rimozione delle sanzioni come atto dovuto, mentre gli americani, nella loro bozza di quindici punti, vorrebbero ridefinire i parametri dell’arricchimento.

La pistola sul tavolo e il peso delle cancellerie

A complicare ulteriormente il quadro c’è lo stile negoziale adottato finora dal tycoon, che come riportato dalle agenzie continua a tenere “la pistola sul tavolo”: navi, aerei e uomini restano schierati in posizione offensiva fino a intesa raggiunta, un modo per mantenere alta la pressione psicologica ma che rischia di alimentare la sfiducia reciproca. Nel frattempo, i riflettori internazionali sono puntati anche sulle reazioni degli alleati: dall’Unione Europea, che guarda con preoccupazione al rischio di un effetto domino sulle rotte commerciali, ai paesi del Golfo, impegnati a decifrare il giallo sulla valuta da utilizzare per eventuali risarcimenti di guerra richiesti da Teheran. Ogni parola, in queste ore, viene pesata con cura; ogni dichiarazione rilasciata a margine dei colloqui potrebbe rappresentare o una svolta storica o l’anticamera di una rottura definitiva.

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