Serrare i ranghi: il fronte del no al dl Sicurezza si organizza per le piazze
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Redazione Interno
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Gli antagonisti, come amano definirsi, stanno serrando i ranghi. I fatti di Torino, che hanno visto scontri al termine di una manifestazione, hanno fornito al governo, con Donald Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti, una ragione in più per presentare come inderogabile l'approvazione del nuovo decreto-legge sulla sicurezza. Il provvedimento, che contiene anche quello scudo penale per gli agenti fortemente voluto dal centrodestra, viene vissuto dalle realtà di movimento non come una mera risposta a episodi di criminalità comune, bensì come un'offensiva politica mirata a restringere gli spazi del dissenso. Patrizia Di Dio, vicepresidente di Confcommercio, ha parlato di "attenzione apprezzabile", condizione fondamentale per la libertà d'impresa, ma quelle parole suonano come un monolite distante alle orecchie di chi prepara le proteste.
Il nodo del fermo preventivo e le critiche delle organizzazioni
Tra i punti più controversi, che hanno animato il dibattito anche nelle aule parlamentari, spicca l'introduzione del fermo di prevenzione. Il ministro dell'Interno, Piantedosi, ha tenuto a precisare che non si tratta di una misura liberticida, sottolineando come l'interlocuzione con il Quirinale sia stata proficua e abbia portato a qualche limatura del testo senza snaturarne l'impianto iniziale. Una rassicurazione che non ha convinto organizzazioni come Amnesty International Italia, le quali hanno bollato diverse parti del decreto come "norme bandiera", di dubbia costituzionalità e inclini a un'applicazione arbitraria, destinate principalmente a comprimere libertà fondamentali.
Lo scudo penale e il retaggio delle inchieste
La questione dello scudo penale per le forze dell'ordine, d'altro canto, affonda le radici in una lunga serie di procedimenti giudiziari che, nel corso degli anni, hanno visto numerosi agenti iscritti nel registro degli indagati per fatti accaduti in servizio, per poi essere archiviati dopo anni di attesa. Quel che rimane, come una polvere sottile che opacizza ogni cosa, è la percezione di un sistema che finisce per punire chi opera in prima linea, esponendolo a procedimenti lunghissimi, anziché tutelarlo. Il governo, riprendendo una battaglia politica mai sopita, intende porre un argine a quella che definisce una stortura burocratica, garantendo maggiore protezione legale agli agenti nell'esercizio delle loro funzioni.
Una mobilitazione che guarda oltre l'emergenza
La risposta delle frange più militanti del movimento, dunque, non si configura come una semplice reazione a un provvedimento. Quella che si sta organizzando è una mobilitazione di più ampio respiro, che legge nel pacchetto sicurezza – con le sue norme sul fermo preventivo, sullo scudo penale e su altri aspetti operativi – la volontà di innalzare un muro contro ogni forma di protesta radicale. Viene percepito come un disegno organico, il cui fine ultimo è quello di alterare gli equilibri nel controllo del territorio urbano e del diritto di manifestazione, rendendo più rischioso e costoso, anche in termini legali, l'attivismo di piazza. Mentre le forze di governo difendono il provvedimento come necessario per la sicurezza collettiva, dall'altra parte si levano barricate ideologiche, pronte a sfidare non solo la legge, ma il clima politico che l'ha prodotta.




