Israele ha colpito l'Iran, il nodo della legalità internazionale e le ripercussioni sullo stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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L’operazione militare condotta da Israele contro l’Iran, con il sostegno logistico e politico degli Stati Uniti, ripropone con forza il dilemma relativo alla legittimità dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, un principio cardine sancito dalla Carta delle Nazioni Unite sin dal 1945. Il dibattito che ne è scaturito, alimentato dalle dichiarazioni dei diretti protagonisti e dalle reazioni degli osservatori internazionali, si concentra sulla possibilità che i raid, che hanno preso di mira figure di primo piano dell’establishment di Teheran come il capo del Consiglio supremo di difesa Ali Larijani e i vertici della forza paramilitare Basij, possano configurare una violazione del divieto di guerra di aggressione. La dottrina giuridica internazionale, infatti, riconosce solo due eccezioni al divieto assoluto di attaccare uno Stato sovrano: l’esercizio della legittima difesa, individuale o collettiva, in risposta a un attacco armato, e le azioni autorizzate espressamente dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nessuna di queste due condizioni, stando alle ricostruzioni degli esperti di diritto internazionale che si sono espressi in queste ore, sembra essere stata soddisfatta nel caso dell’attacco preventivo israeliano, rendendo l’operazione difficilmente inquadrabile nei ristretti margini di legalità previsti dall’ordinamento mondiale.
L’obiettivo dichiarato di destabilizzare il regime e le sue implicazioni giuridiche
La questione si complica ulteriormente se si analizzano le dichiarazioni ufficiali del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha esplicitamente affermato che l’obiettivo di Tsahal è quello di “destabilizzare il regime iraniano per dare al popolo una opportunità” di scacciarlo. Una simile presa di posizione, che travalica l’ambito strettamente militare per abbracciare finalità di cambiamento del governo avversario, collide frontalmente con il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato, un altro dei pilastri su cui poggia l’intera architettura delle Nazioni Unite. Se a ciò si aggiungono le parole del presidente americano Donald Trump, il quale ha rivendicato la distruzione di oltre settemila obiettivi e minacciato nuove azioni contro il terminal petrolifero di Kharg, il quadro che ne emerge è quello di una campagna che, agli occhi di molti giuristi, mira a sovvertire l’ordine costituito con la forza delle armi, un atto che la comunità internazionale, almeno sulla carta, aveva bandito nel secondo dopoguerra.
La risposta europea e la crisi nello stretto di Hormuz
Mentre il fronte bellico si allarga, con raid israeliani che hanno colpito non solo Teheran ma anche Beirut e con l’ambasciata statunitense a Baghdad presa di mira da droni e razzi, la comunità internazionale mostra tutte le sue divisioni. L’appello di Trump per la formazione di una coalizione navale internazionale che garantisca la sicurezza nel cruciale stretto di Hormuz, attraverso cui transita una percentuale significativa del petrolio mondiale, ha ricevuto una risposta fredda da parte degli alleati europei. I leader del Vecchio Continente, con in testa il premier britannico Keir Starmer e l’alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, hanno preso le distanze dall’iniziativa, sottolineando come “non sia la guerra dell’Europa” e che la priorità rimanga la de-escalation, non l’estensione di missioni navali come Atalanta e Aspides, il cui mandato è limitato a compiti di difesa e antipirateria. Una posizione, quella europea, dettata dalla volontà di non essere trascinata in un conflitto dagli esiti imprevedibili e che rischia di avere conseguenze devastanti sull’economia globale, già messa a dura prova dagli attacchi a mezzi civili come la petroliera colpita da un “proiettile sconosciuto” nel Golfo dell’Oman.
La strategia israeliana tra azioni dirette e sostegno ai “friends americani”
Sul terreno, la strategia israeliana si sviluppa su un doppio binario. Da un lato, le operazioni militari “dirette”, come l’uccisione di Larijani e di Gholamreza Soleimani, comandante delle forze Basij, che rappresentano un duro colpo per l’apparato di sicurezza e intelligence iraniano. Dall’altro, un’azione più sotterranea, volta a supportare gli alleati regionali, che Netanyahu stesso ha definito “i nostri amici americani nel Golfo”, con “attacchi indiretti”. Questa strategia, che mira a indebolire progressivamente la Repubblica Islamica dall’esterno e a incoraggiare forze centrifughe al suo interno, si scontra però con la complessa realtà di un Paese come l’Iran, la cui tenuta sociale e politica, nonostante le difficoltà economiche e le proteste represse nel sangue, rappresenta un’incognita non facilmente decifrabile dagli strateghi occidentali. Nel frattempo, la macchina della propaganda e della contro-informazione lavora a pieno ritmo, con Teheran che annuncia l’arresto di decine di presunte “spie” legate a potenze nemiche, mentre a Gerusalemme si valutano le prossime mosse in un conflitto che appare destinato a proseguire.




