Petraeus e la "matematica dei missili": l’Iran sotto scacco, ma la partita è ancora aperta
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Redazione Esteri
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Dalla nostra inviata
Calgary (Canada)
David Petraeus, che guidò il Centcom tra il 2008 e il 2010, rivela oggi dettagli inediti sul piano statunitense per neutralizzare il programma nucleare iraniano. «Testammo le operazioni sul territorio americano», racconta il generale al Corriere, «e comprendemmo esattamente quali munizioni fossero necessarie per colpire gli obiettivi chiave». Una strategia che, a distanza di anni, torna d’attualità mentre l’Iran – secondo le stime dello stesso Petraeus – avrebbe ormai «meno di mille missili» operativi, contro un arsenale israeliano e americano destinato a durare «molto più a lungo».
Le parole del militare, asciutte e tecniche, risuonano come un monito in un contesto già incandescente. L’ayatollah Khamenei, da parte sua, ha parlato di «battaglia che ha inizio», mentre Trump – ora presidente degli Stati Uniti – mantiene un atteggiamento ambiguo: da un lato afferma di conoscere l’ubicazione del leader supremo iraniano («per ora non lo uccideremo»), dall’altro lancia ultimatum senza margine di trattativa. «Resa incondizionata», ha dichiarato, lasciando intendere che i raid contro Teheran siano un’opzione concreta.
Mosca, intanto, prova a frenare l’escalation esortando Israele a «fermarsi», ma le mosse di Washington sembrano seguire una logica diversa. Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di tenere gli Usa fuori da nuovi conflitti, ora sposta caccia e risorse verso il Medio Oriente, sostenendo di poter «risolvere la crisi in due giorni». Un’affermazione che stride con i fallimenti dei suoi precedenti tentativi di mediazione, dall’Ucraina a Gaza, e che rischia di aggravare una situazione già al limite.




