La petizione che gela la riapertura dei locali dei Moretti a Crans-Montana
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Redazione Esteri
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A più di sei mesi dalla strage del Constellation, che nella notte di Capodanno ha causato 41 morti e 115 feriti nella località sciistica di Crans-Montana, il fronte del dolore e dell'indignazione si è trasformato in una mobilitazione concreta per scongiurare quella che molti familiari e sopravvissuti considerano un'offesa alla memoria delle vittime: la riapertura degli altri locali riconducibili ai coniugi Moretti, attualmente indagati per il disastro. Una petizione online, lanciata dal Collettivo Crans Montana sulla piattaforma Change.
Com, ha già raccolto oltre quattromila firme, diventando il simbolo di una protesta che travalica i confini nazionali e che ha visto persino l'adesione dell'ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, il quale ha definito l'eventuale ritorno alle attività commerciali come una "grave offesa" nei confronti di chi ha perso la vita o riportato lesioni permanenti.
L’appello: "Nessun ritorno alla normalità prima della sentenza"
Il testo della petizione, intitolata "Crans-Montana: nessun ritorno alle attività finché la giustizia non si sarà pronunciata", è stato sottoscritto in larga parte dai feriti italiani che, dopo il rogo, sono stati ricoverati presso il Niguarda di Milano e altri nosocomi, ma anche dai parenti delle vittime svizzere che per primi hanno sollevato la questione.
La richiesta, rivolta alle autorità cantonali e federali, nonché ai proprietari degli immobili, è che restino sbarrate le porte del Senso, a Crans, e del Le Vieux Chalet, a Lens, fino alla conclusione definitiva di tutte le procedure giudiziarie, sia penali che civili.
I promotori sottolineano come, in un contesto di indagini ancora aperte e di famiglie che non hanno ancora potuto seppellire i propri cari nella serenità, l'idea che le strutture legate agli indagati possano riprendere il corso degli affari "come se nulla fosse accaduto" sia semplicemente insopportabile.
Il delicato equilibrio tra presunzione di innocenza e rispetto dei caduti
Sebbene i firmatari dell'appello riconoscano espressamente il principio della presunzione di innocenza, che va garantito fino a una condanna definitiva, essi oppongono a questo dettame giuridico un altrettanto imprescindibile principio di decenza, sottolineando come "anche il rispetto dei morti" e "la discrezione, davanti a 41 bare e 115 feriti" debbano prevalere sull'interesse economico.
Questa posizione, che non intende sostituirsi al lavoro della magistratura, ha ricevuto sostegno anche dagli avvocati delle famiglie, come Fabrizio Ventimiglia, che ha definito la riapertura "inopportuna e certamente prematura" e ha annunciato l'intenzione di adoperarsi affinché la procura disponga il sequestro dei ricavi di eventuali attività svolte fino al termine delle indagini.
La voce dei genitori e le adesioni illustri
Tra le adesioni più significative spicca quella dell'ambasciatore italiano, che ha giustificato la sua scelta affermando che riaprire locali frequentati da giovani della stessa età di coloro che hanno vissuto una morte atroce rappresenterebbe un vulnus inaccettabile per tutte le famiglie coinvolte.
Oltre alla rappresentanza diplomatica, hanno aderito anche numerosi genitori dei feriti, come Valentino Giola, padre di Giuseppe, che ha evidenziato come non fosse la prima volta che si verificava un incendio nei locali dei Moretti, e Umberto Marcucci, il quale ha sottolineato la totale mancanza di sensibilità che sarebbe implicita nel rivedere gli indagati in prima linea a servire aperitivi mentre le ferite sono ancora aperte.
Il quadro giudiziario e le indagini in corso
Il clima di tensione e protesta si inserisce in un quadro giudiziario complesso, dove le responsabilità della tragedia sono ancora al vaglio delle procure di Sion e di Roma. Le indagini hanno già portato a incriminare quattordici persone, tra cui i coniugi Moretti, eletti e dipendenti comunali, per omicidio colposo e incendio colposo, mentre gli avvocati delle parti civili hanno chiesto una ricusazione del reato in dolo eventuale, alla luce di messaggi che proverebbero la consapevolezza del rischio legato all'uso di candele scintillanti nel locale.
Sul fronte processuale, è di pochi giorni fa l'udienza di confronto tra i due principali indagati, un atto che testimonia la volontà degli inquirenti di ricomporre i tasselli di un mosaico ancora oscuro, in attesa che la verità giudiziaria possa finalmente fare luce su una delle più gravi sciagure degli ultimi anni in Svizzera.




