Heysel, quarant’anni dopo: le ferite ancora aperte di chi c’era

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quarant’anni non bastano a cancellare il peso di una notte che ha segnato per sempre la storia del calcio e quella di chi, per caso o per destino, si è trovato nell’occhio del ciclone. Era il 29 maggio 1985 quando allo stadio Heysel di Bruxelles, poco prima del fischio d’inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, il crollo di un muretto e la fuga disperata della folla travolta dal panico trasformarono quella che doveva essere una festa in una strage. Trentanove morti, oltre seicento feriti. Un bilancio che ancora oggi, a distanza di decenni, riaffiora nella memoria di chi visse quegli attimi, stretto tra l’incredulità e l’orrore.

«Continuo a ripetere una parola: perché?». A parlare è un uomo che, ragazzino, quella sera rimase incollato allo schermo di un vecchio televisore Grundig, mentre suo padre – appena rientrato dal turno in ospedale – cercava invano di proteggerlo dallo choc di quelle immagini. «Piangevo sul suo petto, confuso, rotto dentro. Lui non sapeva cosa rispondermi». Quella domanda, semplice e disarmante, è la stessa che ancora oggi riecheggia tra i sopravvissuti, tra chi perse familiari, amici, o semplicemente l’innocenza di un amore per il calcio svuotato di ogni leggerezza.

Alessio Degrandi, tifosissimo della Juventus, era lì, tra la folla in preda al caos. «Mi calpestavano, i gradoni mi segavano la schiena», racconta. La sua immagine, quella di un ragazzo esanime a terra mentre un poliziotto tentava di rianimarlo, fece il giro del mondo, diventando il simbolo di una tragedia che superò i confini dello sport. «No, tu ragazzo devi farcela», gli ripeteva l’agente. E lui ce l’ha fatta, portandosi addosso cicatrici che il tempo non ha rimarginato.

Carlo Ricci, 82 anni, pediatra in pensione di Tivoli, ricorda ogni istante di quella serata. Partì per Bruxelles con il figlio quindicenne Fabio, il cognato e due nipoti, convinto di regalare loro un’esperienza indimenticabile. Invece, si ritrovò a cercare il ragazzo tra i corpi ammassati, nel tentativo disperato di distinguere i vivi dai morti. «L’Heysel non è stato solo un episodio: è la mia vita», dice oggi, con una voce che tradisce il peso di un ricordo impossibile da seppellire.

Fausto Orsi, elettricista piacentino oggi settantunenne, scavò con le mani tra le macerie per salvare il padre, sepolto sotto una montagna di corpi e detriti. «Alcuni ricordi si sono affievoliti, ma non quella notte». Quello che avrebbe dovuto essere un momento di gioia si trasformò in un incubo, lasciando segni indelebili su chi, per puro caso, si trovò dalla parte sbagliata della storia.

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