Heysel, quarant’anni dopo: le ferite ancora aperte di una tragedia che segnò il calcio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Marco Tardelli, con la maglia della Juventus addosso, era lì, sul campo dell’Heysel, quella notte del 29 maggio 1985. La Coppa dei Campioni, il trofeo più ambito, era a un passo, eppure tutto svanì in un attimo, travolto da un’onda di violenza che nulla aveva a che fare con il pallone. «Non ho mai sentito mia quella coppa», avrebbe detto anni dopo, ricordando non la gloria sportiva ma il dolore di chi, intorno a lui, aveva perso tutto. Quella finale, che doveva essere una rivincita dopo la sconfitta di Atene contro l’Amburgo di Magath, si trasformò in un incubo.

Davanti agli schermi, milioni di persone assistettero inerme alla tragedia. Un bambino, stretto tra le braccia del padre appena rientrato dal turno in ospedale, ripeteva una sola parola: «Perché?». Domande senza risposta, lacrime che scivolavano sul petto di un genitore incapace di trovare spiegazioni. Le immagini del Grundig, sgranate e crude, mostravano una folla in preda al panico, corpi che si accalcavano, urla soffocate dal rumore della tragedia.

Alessio Degrandi, allora poco più che ragazzino, era tra quelli accalcati sulle tribune. La sua passione per la Juventus lo aveva portato fino a Bruxelles, ma quella notte diventò il simbolo di un’intera generazione spezzata. «La folla mi calpestava, i gradini mi segavano la schiena», racconta oggi, ricordando i secondi interminabili in cui credette di morire. La sua foto, scattata mentre un agente tentava di rianimarlo, fece il giro del mondo: un’icona del dolore e della disperazione.

Carlo Ricci, pediatra in pensione, cercava suo figlio tra i corpi ammassati. «Pensavamo di essere morti», dice oggi, a quarant’anni di distanza. Partito da Tivoli con Fabio, allora quindicenne, il cognato e due nipoti, si ritrovò nell’inferno di un crollo annunciato, tra spintoni, fughe e il terrore di non rivedere più i propri cari. Quella notte, che avrebbe dovuto essere di festa, divenne un lutto collettivo, una ferita ancora aperta per chi, come lui, non ha mai smesso di chiedersi cosa sarebbe potuto accadere se solo le cose fossero andate diversamente.

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