Heysel, il ricordo: "La mia angoscia di ragazzino davanti alla tv"
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Redazione Sport
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Quarant’anni sono passati, ma per chi ha vissuto l’Heysel non esiste distanza che possa attenuare il peso di quella notte. «Continuo a ripetere una parola: perché?». La voce di chi era bambino allora, stretto tra le braccia del padre appena tornato dall’ospedale, tradisce ancora oggi la stessa confusione di allora. Davanti al grosso televisore Grundig, le immagini della strage si mescolavano a un dolore che nessuna spiegazione avrebbe potuto placare. «Papà non mi risponde, non può farlo», racconta oggi quell’uomo, mentre rievoca il silenzio spezzato solo dal pianto.
Alessio Degrandi, tifosissimo della Juventus, era lì, tra quella folla impazzita. «La gente mi calpestava, i gradini mi segavano la schiena», dice, ricordando i secondi interminabili in cui il panico lo schiacciò a terra. La sua immagine, quella di un ragazzino esanime soccorso da un poliziotto disperato, fece il giro del mondo il giorno dopo. «“No, tu ragazzo devi farcela”», gli ripeteva l’agente, mentre lui cercava di resistere a un destino che già sembrava scritto.
Carlo Ricci, 82 anni, pediatra in pensione, ricorda invece la corsa contro il tempo per ritrovare il figlio Fabio, allora quindicenne, tra i corpi ammassati nell’area crollata. Partito da Tivoli con i familiari per quella che doveva essere una festa, si ritrovò a scavare tra le macerie umane, nell’incubo di aver perso tutto. «Pensavamo di essere morti», ammette, mentre il ricordo di quei momenti riaffiora intatto, nonostante i decenni.




