Il ricordo dell’Heysel, quarant’anni dopo: le voci dei sopravvissuti tra dolore e miracoli

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Seduti a un tavolino di fronte all’ex stadio Comunale di Torino, Nereo Ferlat e Fabrizio Landini – entrambi torinesi, entrambi segnati dalla strage dell’Heysel – si incontrano per la prima volta dopo decenni. Ferlat, bancario in pensione, è uno di quelli che uscirono vivi dall’inferno di Bruxelles la notte del 29 maggio 1985; Landini, invece, perse lo zio Gioacchino, ristoratore di 49 anni schiacciato dal crollo di un muro. «Ero convinto di morire», racconta Ferlat, «e invece mi ritrovai in tribuna stampa, tra la confusione e le urla».

Quarant’anni non bastano a cancellare il peso di quella sera, quando la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in una delle pagine più buie dello sport. Trentanove morti, seicento feriti, un bilancio che ancora oggi, per chi c’era, suona come una condanna. Stefania Berretta, giornalista carcarese, allora poco più che adolescente, ricorda le parole urlate da qualcuno negli spalti: «È crollato un muro, ci sono dei morti». Una frase che anticipò l’orrore, mentre la Juve di Platini e Scirea, senza sapere, si apprestava a vincere la sua prima Champions.

Emilio Targia, altro sopravvissuto, parla di un miracolo: «Mi salvai perché ero in un corridoio quando iniziò la ressa». La sua testimonianza, come quella di altri, riemerge oggi in occasione delle commemorazioni, tra cui l’installazione “Verso Altrove”, opera ideata da Luca Vitone e dedicata alle vittime. Un momento condiviso anche dal Liverpool, avversario di quella notte, a dimostrazione di come la tragedia abbia unito, nel ricordo, chi allora si trovò su fronti opposti.

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