La doppia anima di Kimera: la Martini da 640 cavalli e la K39 che sfida l’elettrico a Pikes Peak
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è un angolo di Cuneo, quello in cui Luca Betti ha trasformato la sua ossessione per la Lancia in una realtà industriale capace di far tremare i polsi ai collezionisti, che sta riscrivendo le regole del gioco. Non chiamatelo semplicemente “restomod”, perché quella parola, ormai usurata, non rende giustizia a ciò che esce dai cancelli dell’atelier piemontese. Da un lato abbiamo la Kimera EVO38 Collezione Martini, una piccola serie limitata presentata in Costa Smeralda che non si limita a vestire i panni della vecchia gloria, ma li ricuce con un filo tecnologico modernissimo. Dall’altro, incombe l’ombra lunga della K39, una belva da corsa che si prepara a divorare i tornanti del Pikes Peak International Hill Climb, sfidando l’egemonia delle hypercar elettriche dove l’aria è cosi rarefatta da diventare quasi un lusso per i motori tradizionali.
Partiamo dalla EVO38, perché rappresenta l’evoluzione concreta di un concetto che Kimera sta perfezionando da anni. A differenza della semplice livrea celebrativa vista in passato, la “Collezione Martini” è un’interpretazione cromatica multipla – si parte dal Bianco Perla, passando per il Rosso Vermouth e il Verde Dry – ma sotto quella pelle dipinta a regola d’arte batte un cuore di ferro e carbonio decisamente più cattivo. Il motore, un 2.1 litri con doppia sovralimentazione (quel sistema “twin-charged” che unisce compressore volumetrico e turbo), ha subìto una cura d’urto: tocca ora i 640 cavalli grazie al sistema Flex Fuel che digerisce l’etanolo E85 come se fosse benzina. La coppia, parliamone, cresce del 22% fino ad avvicinarsi pericolosamente ai 700 Nm, gestita su una massa che sfiora gli 1.100 kg; un rapporto peso-potenza che farebbe impallidire molte hypercar elettriche attuali.
Ma è nei dettagli tecnici, quelli che si vedono solo se ti ci sporchi le mani, che la EVO38 Martini mostra le sue carte migliori. Hanno aggiunto un sistema supplementare di raffreddamento dell’intercooler, una sorta di spruzzatori d’acqua ad alta pressione che tengono a bada le temperature sotto sforzo, mentre le prese d’aria anteriori sono state ridisegnate per far respirare meglio gli ammortizzatori. Lo scarico, lasciato a vista con finiture in ceramica, e l’uso esteso del carbonio kevlar non sono vezzi estetici: sono la logica conseguenza di una filosofia che rifiuta il compromesso. Non è un’auto per nostalgici, è una macchina da guerra per intenditori che, probabilmente, ha già esaurito i 38 esemplari previsti per la serie base, e questa collezione rappresenta un secondo giro di giostra per chi era rimasto fuori.
K39, l’architettura del mostro: addio al 4 cilindri
Se la EVO38 è la punta di diamante del restomod di lusso, la K39 rappresenta un cambiamento di specie totale, quasi una mutazione evolutiva. Dimenticatevi il 4 cilindri, perché qui si alza l’asticella in modo vertiginoso. Per affrontare il muro dei 4.301 metri di Pikes Peak, dove l’ossigeno scarseggia e i motori aspirati vanno in apnea, i tecnici hanno optato per un’architettura più nobile e potente. Le indiscrezioni, ormai confermate dalla vigilia del debutto sul Lago di Como, parlano chiaro: sotto il cofano troveremo un 3.0 V6 biturbo sviluppato in sinergia con Italtecnica.
La strategia di Betti è articolata e prevede tre step di potenza per questo propulsore. C’è la versione Step 1 stradale, omologata per circolare su strada, che eroga 610 CV; una Step 2 Endurance da 700 CV pensata per resistere allo stress delle competizioni di lunga durata; e infine la Step 3 Hill Climb, il vero “sugo” per la corsa in Colorado, che schiaccia l’acceleratore fino a 750 CV con una sovralimentazione sequenziale spinta a 1,8 bar. È quest’ultima che cercherà di strappare il record di categoria alle elettriche, approfittando di un vantaggio intrinseco del termico: la possibilità di respirare, anche se l’aria è sottile, mentre le batterie soffrono il peso e l’altitudine.
Hyper Retromod, il coraggio di cambiare categoria
Chiamarla “evoluzione” della 037 sarebbe un’offesa, come scrivono giustamente gli addetti ai lavori. La K39 è un’altra cosa, un’altra specie. Hanno coniato per lei la definizione “Hyper Retromod”, una fusione perfetta tra il linguaggio estetico delle sport-prototipo degli anni ’70 – specificamente quello della Lancia Beta Montecarlo Group 5 che dominava con i colori Martini Racing – e la tecnologia da hypercar contemporanea. La scocca non è più quella della Lancia modificata, bensì un monoscocca in fibra di carbonio disegnato dal foglio bianco, con un pacchetto aerodinamico che fa venire l’acquolina in bocca: splitter a pala, alettoni sproporzionati e quelle fiancate scolpite che sembrano uscite da un concept game.
Chi l’ha provata in fase di sviluppo, sui primi test da 640 CV, la descrive con aggettivi violenti come “spaesante”. La potenza arriva a tal punto da richiedere diversi tentativi per essere “addomesticata”, e oltre i settemila giri, tra i tecnici gira la voce che l’auto sembri dissolversi, lasciando il pilota sospeso in un punto preciso di spazio e tempo. Il debutto ufficiale, con il velo staccato a Villa Flori sul lago di Como, è ormai questione di ore, ma l’obiettivo è già segnato nel navigatore: il Colorado, per dimostrare che la Storia, quando è costruita con ingegneria pura, può ancora suonare la carica contro il futuro silenzioso delle elettriche.




