Tumore dell’ovaio, in Lombardia parte la rete dei centri hub: dal primo aprile chirurgia concentrata in nove ospedali
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Redazione Salute
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Sono oltre cinquantaduemila, in Italia, le donne che convivono con una diagnosi di tumore dell’ovaio, una neoplasia che, per le sue caratteristiche di insidiosità e per l’assenza di sintomi specifici nelle fasi iniziali, viene scoperta purtroppo in uno stadio già avanzato in otto casi su dieci. Ogni anno, nel nostro paese, si contano più di cinquemilaquattrocento nuovi casi, e la sopravvivenza globale a cinque anni si attesta ancora intorno al quarantatré per cento, nonostante nell’ultimo decennio si registri un calo della mortalità, dovuto anche all’arrivo di terapie più mirate rispetto alla chemioterapia tradizionale. È in questo scenario complesso, che richiede competenze multidisciplinari e un’elevata specializzazione chirurgica, che si inserisce la delibera di Regione Lombardia, la quale, su proposta dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, ha dato il via a una riorganizzazione della rete assistenziale dedicata alle neoplasie ginecologiche.
Dal primo aprile 2026, entrerà infatti in vigore un nuovo modello organizzativo che prevede la concentrazione degli interventi chirurgici per il tumore dell’ovaio in centri di riferimento, i cosiddetti hub, selezionati in base a criteri oggettivi e in linea con le raccomandazioni della European Society of Gynaecological Oncology, la società scientifica europea di riferimento. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre i tempi di attesa, che spesso rappresentano un ostacolo non secondario per le pazienti, e di garantire a tutte, su tutto il territorio regionale, percorsi diagnostico-terapeutici uniformi e di elevata qualità, abbandonando la frammentazione che talvolta caratterizza l’offerta sanitaria. Il provvedimento, inoltre, stabilisce che le strutture non inserite in questo elenco non potranno più eseguire, per conto del Servizio sanitario nazionale, le resezioni del tumore ovarico, ferma restando la possibilità per altri ospedali di richiedere un successivo accreditamento, subordinato a una rigorosa valutazione da parte della Direzione generale Welfare.
L’elenco dei nove centri lombardi e il ruolo dell’Irccs San Gerardo
Le strutture individuate come hub per la chirurgia ovarica sono nove, distribuite tra Milano e il resto della Lombardia: a queste è affidato il compito di gestire i casi più complessi, forti di un’esperienza consolidata e di volumi di attività adeguati a garantire la migliore expertise possibile. Fanno parte della rete l’Istituto europeo di oncologia di Milano, l’Istituto nazionale dei tumori, sempre nel capoluogo, e l’Irccs Ospedale San Raffaele, a cui si aggiungono la casa di cura San Pio X di Milano, l’Ospedale Del Ponte di Varese, la Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori di Monza, gli Spedali Civili di Brescia, il Policlinico San Matteo di Pavia e, infine, l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Tra questi, la Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori, come ricordato dal suo presidente Claudio Cogliati, vanta una tradizione clinica e di ricerca in ginecologia oncologica che affonda le radici in decenni di attività e che oggi la pone al servizio delle pazienti lombarde e italiane, contribuendo attivamente al miglioramento dei percorsi di cura.
Il San Gerardo, che già nel 2025 ha preso in carico circa duecento pazienti con patologie oncologiche ginecologiche e ha eseguito una settantina di interventi per carcinoma ovarico, conferma così il proprio ruolo di riferimento regionale, un riconoscimento che si aggiunge peraltro a quello già ottenuto come centro di riferimento Esgo per il tumore dell’endometrio. Un ruolo, quello del nosocomio brianzolo, che si basa su un approccio multidisciplinare e su competenze chirurgiche di alto livello, elementi che il direttore facente funzione della Ginecologia, Robert Fruscio, ha sottolineato come essenziali per affrontare patologie che richiedono precisione, tempestività e innovazione terapeutica, in un’ottica di continuità assistenziale che non si esaurisce con il solo intervento operatorio.
La situazione epidemiologica e l’evoluzione delle cure
La decisione di Regione Lombardia di creare una rete dedicata si inserisce, del resto, in un quadro epidemiologico che vede il tumore dell’ovaio come una delle neoplasie ginecologiche più temibili, non tanto per la sua incidenza, che pure è significativa con oltre cinquemila nuovi casi all’anno, quanto per la difficoltà di una diagnosi tempestiva, come spiega Sandro Pignata, direttore dell’Uoc Uro-ginecologia dell’Istituto Pascale di Napoli: la malattia non presenta sintomi specifici e non esistono esami di screening accertati, sicché solo un caso su dieci viene individuato quando il tumore è ancora confinato alle ovaie. La terapia standard prevede un intervento chirurgico, quando possibile, seguito da cicli di chemioterapia a base di platino, ma la neoplasia tende a recidivare nel settanta per cento dei casi più avanzati, e la resistenza ai farmaci tradizionali rappresenta una sfida clinica di non poco conto.
A fronte di queste difficoltà, la ricerca scientifica sta aprendo nuove prospettive: a fine 2024 è stato autorizzato a livello europeo il mirvetuximab soravtansine, un anti farmaco-coniugato che ha dimostrato di migliorare la prognosi nelle pazienti con overespressione del recettore dei folati, un biomarcatore presente in circa la metà dei casi, e che agisce ritardando la progressione di malattia e aumentando la sopravvivenza globale con un profilo di tossicità diverso rispetto ai chemioterapici tradizionali. Si tratta, come ha sottolineato Anna Fagotti, direttrice dell’Uoc Carcinoma Ovarico del Policlinico Gemelli di Roma, di una svolta importante che deve però tradursi in un accesso equo e tempestivo su tutto il territorio nazionale, affinché l’innovazione terapeutica non resti un privilegio per pochi. Ed è proprio in questo contesto, tra la necessità di garantire percorsi di cura uniformi e l’arrivo di nuove opzioni terapeutiche, che la riorganizzazione lombarda dei centri chirurgici assume il suo significato più pieno, provando a coniugare qualità dell’intervento e appropriatezza del percorso complessivo per le pazienti, in attesa che anche le terapie più innovative trovino piena e rapida diffusione nella pratica clinica quotidiana.




