Il taglio delle accise non si vede alla pompa, i distributori “furbetti” frenano il ribasso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La manovra del governo per arginare la corsa dei prezzi dei carburanti – un decreto d’urgenza approvato dal Consiglio dei ministri per far fronte alla nuova impennata legata alle tensioni in Iran – sta già mostrando il primo, evidente scollamento tra l’annuncio tecnico e la realtà dei fatti. Da ieri, secondo giorno di applicazione del provvedimento che prevede uno sconto di 24,4 centesimi al litro (tra taglio delle accise e relativa riduzione dell’Iva), i monitoraggi sul territorio restituiscono un quadro disomogeneo e, in molti casi, decisamente inferiore alle attese.

A tre giorni dall’entrata in vigore della sforbiciata – quella di 20 centesimi al litro sulle accise che, con l’effetto dell’Iva, diventa appunto di 24,4 – i prezzi alla pompa non hanno subito la medesima riduzione lineare che il governo aveva prospettato. Se da un lato il ministro Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto al convegno per i settant’anni del Cesi (storico centro di ricerca che da decenni accompagna lo sviluppo delle reti elettriche e oggi è attivo nel settore delle celle solari per lo spazio), spiegava che si guida a vista sulla durata del decreto (“non sappiamo quale sarà il quadro fra venti giorni”), dall’altro i consumatori si trovano a fare i conti con una realtà più opaca.

Il decreto, varato mercoledì con l’obiettivo dichiarato di frenare l’escalation dei prezzi innescata dal conflitto, ha stabilito numeri chiari: venticinque centesimi in meno al litro su benzina e gasolio, dodici centesimi al chilo sul Gpl. Eppure, alla prova della prima rilevazione – quella che avrebbe dovuto certificare l’efficacia immediata della misura – emergono ritardi e mancate applicazioni che fanno pensare a una strategia attendista da parte di alcuni distributori, i quali probabilmente stanno smaltendo la merce acquistata a prezzi precedenti.

Il vuoto sanzionatorio e la reazione delle associazioni

A rendere ancora più delicata la situazione è l’assenza, nel testo del provvedimento, di un sistema di sanzioni specifiche per chi decide di non trasferire lo sconto al consumatore finale. Una mancanza che l’Unione Nazionale Consumatori ha definito “gravissima” in una prima analisi a caldo, sottolineando come il governo non abbia fornito alcuna arma in più né all’Antitrust né alla Guardia di Finanza. Quest’ultima, nella pratica, potrà intervenire soltanto per contestare eventuali irregolarità amministrative generiche, ma non dispone di uno strumento ad hoc per obbligare i gestori ad allinearsi al ribasso previsto.

Proprio questa zona grigia normativa spiega, almeno in parte, la frammentarietà dei ribassi rilevati sul territorio: non c’è un deterrente immediato per chi sceglie di ritardare l’adeguamento, e la tempistica degli approvvigionamenti – con le scorte di carburante acquistato prima del taglio delle accise – diventa così un alibi facilmente spendibile per giustificare la permanenza di prezzi più alti. La differenza, di fatto, la pagano gli automobilisti, che si trovano di fronte a un’offerta disomogenea dove lo stesso prodotto viene venduto a distanza di pochi chilometri con uno scarto ancora significativo.

I costi nascosti e il finanziamento del provvedimento

Un altro aspetto destinato a pesare nel bilancio complessivo della misura riguarda le risorse utilizzate per coprire il taglio. Il decreto, infatti, per finanziare la riduzione delle accise ha dovuto attingere a capitali di spesa già destinati ad altri settori, con un prelievo che si è abbattuto in particolare sul Ministero della Salute, da cui sono stati sottratti 86 milioni di euro. Una scelta che conferma la natura emergenziale del provvedimento – limitato a venti giorni, salvo proroghe – ma che solleva interrogativi sulla sostenibilità di interventi di questo tipo, soprattutto se il quadro geopolitico dovesse mantenere alta la pressione sui prezzi delle materie prime.

Il governo, per voce del ministro Pichetto Fratin, ha preferito mantenere un approccio prudenziale: “vediamo man mano”. Una dichiarazione che lascia intendere come l’esecutivo sia consapevole della necessità di valutare gli effetti giorno per giorno, senza poter offrire certezze sulla prosecuzione dello sconto oltre la finestra temporale già fissata. In questo contesto di incertezza, le stazioni di servizio sembrano aver preso tempo, consapevoli che la durata del taglio delle accise potrebbe essere limitata e che, quindi, il rischio di rimanere con il magazzino svuotato a fronte di un eventuale ritorno al caro-prezzi è una variabile concreta da gestire.

Le dinamiche di mercato e il ruolo dei distributori

Non si tratta, dunque, di un semplice rialzo del prezzo del greggio – che in questi giorni non ha registrato scossoni tali da giustificare la tenuta dei listini – quanto piuttosto di una combinazione di fattori che vede al centro il comportamento dei singoli esercenti. Alcuni di loro hanno applicato lo sconto integrale fin dal primo giorno, allineandosi perfettamente ai parametri indicati dal decreto; altri invece hanno optato per un ribasso parziale, mentre una minoranza non ha ancora modificato i prezzi esposti. Il risultato è una mappa dei carburanti a macchia di leopardo, che rende difficile per il consumatore orientarsi e che rischia di vanificare l’effetto calmierante che il governo intendeva ottenere.

L’incrocio dei dati – tra quanti hanno già smaltito le scorte precedenti e quanti invece le stanno ancora vendendo a margini più alti – restituisce l’immagine di un provvedimento tecnico che si scontra con la logica di mercato dei distributori autonomi. L’assenza di una norma che imponga esplicitamente l’obbligo di trasferire il beneficio al consumatore, unita alla possibilità di sanzioni solo per violazioni amministrative generiche, trasforma di fatto quella che doveva essere una misura immediata in un’applicazione graduale, con tempi e modi decisi dai singoli gestori.

Per l’automobilista, intanto, il conto resta in sospeso. L’effetto combinato del taglio delle accise e dell’Iva – che avrebbe dovuto portare a un risparmio secco di oltre 24 centesimi al litro – nella realtà dei distributori “furbetti” si sta traducendo in un beneficio dimezzato o, nei casi peggiori, del tutto assente. E mentre il governo valuta i prossimi passi, consapevole che la durata stessa del provvedimento è subordinata all’evoluzione di un quadro geopolitico che tiene il mercato energetico in bilico, il primo monitoraggio rivela un perimetro debole: quello di un decreto che ha stabilito il “cosa” ridurre, ma non ha fornito gli strumenti per imporre il “come” e il “quando” farlo.

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