Onu: «Ospedali e giornalisti non sono bersagli», dopo il raid israeliano su Nasser

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le Nazioni Unite hanno ribadito con fermezza il principio, cardine del diritto internazionale, secondo cui gli ospedali e i giornalisti non devono mai diventare obiettivi di azioni belliche. La presa di posizione giunge a seguito del raid condotto dall’esercito israeliano contro l’ospedale Nasser di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, che ha causato la morte di almeno venti persone. Tra le vittime, cinque erano professionisti dell’informazione, uccisi mentre svolgevano il proprio lavoro di documentazione in un contesto già di per sé estremamente pericoloso.

Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, ha espresso profonda costernazione attraverso una nota ufficiale. «L’uccisione di giornalisti a Gaza dovrebbe sconvolgere il mondo, non spingendolo a un silenzio attonito, ma ad agire, chiedendo responsabilità e giustizia», ha dichiarato, aggiungendo con chiarezza che «i giornalisti non sono un bersaglio». Le sue parole, che riecheggiano numerosi appelli precedenti, sembrano però scontrarsi con una realtà sempre più crudele per i reporter che operano nella regione.

I cinque giornalisti deceduti nell’attacco sono stati identificati come Hossam al Masri e Mohammed Salama – rispettivamente al servizio di Reuters e Al Jazeera –, Mariam Abu Dagga – fotografa che collaborava con Associated Press, altre testate internazionali e Medici Senza Frontiere –, oltre a Moaz Abu Taha e Ahmed Abu Aziz, entrambi freelance. Le loro biografie, improvvisamente interrotte, raccontano storie di dedizione a un mestiere che, in zone di conflitto, assume i contorni di una missione civile. Di Mariam Abu Dagga, in particolare, rimane un commovente messaggio al figlio, una sorta di testamento spirituale nel quale scriveva: «Tutto ciò che ho fatto era per te. Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me».

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