L’Italia esporta, i dazi frenano meno del previsto: l’analisi dell’Istat ridimensiona gli scenari peggiori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’Istat, nella nuova edizione del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, ha deciso di mettere nero su bianco un’evidenza che molti, nel clima di fibrillazione che accompagna la politica commerciale dell’amministrazione Trump, faticavano a intravedere: l’impatto delle tariffe, per quanto consistente, non si è trasformato nell’uragano che qualcuno aveva pronosticato. L’analisi dell’istituto di statistica, soffermandosi sull’esposizione del nostro sistema economico alle tensioni geopolitiche, ridimensiona i timori più cupi legati all’interscambio con gli Stati Uniti, mostrando un tessuto imprenditoriale che – pur con tutte le sue fragilità strutturali – sembra reggere meglio del previsto l’urto dei dazi.

A corroborare questo quadro, paradossalmente, ci sono i numeri del commercio estero che raccontano una realtà fatta di luci e ombre, certo, ma lontana dalle catastrofi annunciate. Il farmaceutico, in particolare, si erge a baluardo di questa resilienza. I dati definitivi sulle esportazioni del 2025 parlano chiaro: il settore ha messo i muscoli, sfiorando i 70 miliardi di euro con una crescita impressionante del 28,5% rispetto all’anno precedente. Quasi 15 miliardi in più, un dato che fotografa la capacità di un comparto, trainato da regioni come Toscana, Abruzzo e Lazio, di vincere – almeno per il momento – la partita con le tariffe e le tensioni internazionali.

Il paradosso dei dazi: il vero effetto si vede sulla mappa delle merci cinesi

Ma l’aspetto più interessante, emerso dall’analisi dell’Istat, riguarda la geografia degli scambi e le conseguenze indirette delle politiche protezionistiche statunitensi. Se da un lato le tariffe imposte da Trump non hanno ridotto l’export italiano verso gli Usa (tant’è che la bilancia commerciale nel 2025 ha chiuso con un surplus di 50 miliardi, due in più rispetto al 2024), dall’altro hanno innescato un effetto deviazione sul versante asiatico. Le merci cinesi, trovate chiuse le porte del mercato americano, hanno accentuato la loro penetrazione in quello europeo, e in quello italiano in particolare. Un fenomeno, questo, che l’Istat ha analizzato come una delle principali ricadute indirette dell’attuale fase di conflittualità commerciale.

Un’altra faccia della medaglia, però, emerge quando si scende dal dato aggregato nazionale a quello delle realtà territoriali, spesso più esposte per struttura produttiva. Il Corriere Adriatico, in una serie di approfondimenti dedicati all’export delle Marche nel 2025, ha restituito il ritratto di una regione che non ha beneficiato della tenuta generale. A fronte di un incremento nazionale del 3,3%, le Marche hanno registrato una variazione negativa del -7,6%. È vero che la variazione si attenua sensibilmente se si escludono dal computo i prodotti farmaceutici – un comparto soggetto a oscillazioni repentine che possono falsare i numeri – ma il segno resta comunque negativo, a dimostrazione di come la taglia delle imprese e la specializzazione settoriale possano fare la differenza nell’esposizione alle turbolenze globali.

I rischi geopolitici e un Golfo che vale decine di miliardi

Il Rapporto sulla competitività non si è limitato a fotografare lo stato di salute dell’export oltreoceano, ma ha allargato lo sguardo ad altri fronti caldi, a cominciare dall’area del Golfo Persico. Una regione, quella mediorientale, che per l’Italia rappresenta un mercato di rilevanza strategica: il valore annuo dell’export verso quei paesi supera i 25 miliardi di euro. Un’esposizione considerevole, che l’istituto di statistica ha voluto sottolineare per evidenziare la complessità del momento, dove i rischi geopolitici – e non solo quelli tariffari – giocano un ruolo determinante nel definire la competitività dei settori produttivi.

In questo quadro composito, la farmaceutica italiana si conferma dunque un’eccellenza in grado di fare da traino, ma la fotografia scattata dall’Istat restituisce un sistema a più velocità. Se da un lato i dazi di Trump non hanno ridotto la crescita delle esportazioni (semmai, l’hanno solo rallentata) e il surplus commerciale è aumentato, dall’altro emergono fragilità locali e il pericolo di una concorrenza sleale o quantomeno indiretta da parte di quei paesi, come la Cina, che cercano nuovi sbocchi per le loro merci dirottate dal mercato statunitense.

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