48 milioni in bonifici da Berlusconi, per la Cassazione non fu "prezzo del silenzio": Dell’Utri e la moglie a processo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La firma del giudice Giulia Marozzi sulla richiesta di rinvio a giudizio arriva a distanza di anni dalla morte di Silvio Berlusconi, avvenuta ormai nel 2023, e mentre le inchieste che legavano il fondatore di Forza Italia a presunti agganci con la criminalità organizzata si sono sostanzialmente arenate. Eppure, dalle ceneri di quei fascicoli, riemerge con forza il caso che vede protagonista Marcello Dell’Utri, storico collaboratore e amico fraterno del Cavaliere, il quale dovrà comparire davanti al tribunale di Milano insieme alla moglie Miranda Ratti. L’accusa, in questo specifico filone giudiziario stralciato dall’inchiesta madre di Firenze, non riguarda più le stragi del '93, bensì la presunta violazione della legge Rognoni-La Torre, quella che impone ai condannati per mafia di comunicare allo Stato le variazioni patrimoniali rilevanti. Una parte rilevante dei 42 milioni di euro oggetto di contestazione – si parla di circa 42,6 milioni suddivisi in otto principali bonifici – risulta comunque già coperta da prescrizione, riducendo il perimetro dell’azione penale.
Un trasferimento a Milano per sottrarsi all’ombra delle stragi
La complessa partita processuale che prenderà il via il prossimo 9 luglio davanti alla seconda sezione penale del capoluogo lombardo è il risultato di una lunga battaglia legale. L’inchiesta era nata a Firenze all’interno di un maxi-fascicolo che ipotizzava un legame tra quei consistenti flussi di denaro e un presunto accordo volto a garantire l’impunità per le stragi del 1993. In quella sede, la Procura toscana aveva sostenuto che le elargizioni di Berlusconi – che arrivarono a Dell’Utri anche per vie traverse, inclusi bonifici diretti alla moglie per circa 8 milioni per eludere i controlli patrimoniali – costituissero una sorta di corrispettivo per il silenzio mantenuto dall’ex senatore. Tuttavia, la difesa, curata dagli avvocati Francesco Centonze e Filippo Dinacci, è riuscita a far valere il principio della competenza territoriale, ottenendo il trasferimento del fascicolo a Milano proprio dopo che era caduta l’aggravante del contesto mafioso legato alle bombe.
La condanna definitiva del 2014 e il nodo della prevenzione patrimoniale
Se Berlusconi è ormai uscito di scena sotto il profilo penale per queste vicende – con le indagini che lo riguardavano chiuse post mortem – lo stesso non si può dire per Dell’Utri, gravato da una condanna definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa risalente ormai al 2014. È proprio quella sentenza passata in giudicato a costituire il presupposto della nuova accusa mossa dalla procura di Milano. Secondo il codice antimafia, chi è sottoposto a misure di prevenzione come Dell’Utri (che risulta ancora soggetto a questi obblighi nonostante l’età avanzata) ha il dovere di dichiarare ogni ingente variazione del proprio patrimonio. La tesi dell’accusa è che le donazioni di Berlusconi – che ammontano a oltre 42 milioni – rappresentassero proprio una di quelle variazioni occultate al vaglio della magistratura.
La scrittura contabile del testamento e il muro della Cassazione
Ad aggravare il quadro, ma anche a definire meglio i confini del processo che inizierà a luglio, c’è un elemento che emerge dalla carta intestata della stessa successione: quei soldi non venivano certo nascosti in Paradisi fiscali, tanto che una cospicua donazione a Dell’Utri è stata rinvenuta anche all’interno del testamento lasciato da Berlusconi. Un aspetto, questo legato alla trasparenza formale dei bonifici, che potrebbe giocare a favore della difesa. Non solo: la procura di Milano ha già dovuto incassare un duro colpo nelle scorse settimane dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Palermo riguardante il sequestro dei beni di Dell’Utri, ribadendo un principio pesante per l’impianto accusatorio: quei 42 milioni non possono essere automaticamente considerati una prova di un presunto patto di silenzio tra l’ex premier e l’amico storico. Restano in piedi, quindi, le contestazioni più formali legate all’omessa comunicazione dei flussi, mentre l’idea che quei soldi fossero il "prezzo del sangue" o della protezione mafiosa sembra ormai essere stata messa da parte dalla giurisprudenza.




