Il grande spreco, l’inchiesta infinita su Berlusconi e Dell’Utri costa 20 milioni
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Redazione Interno
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Un’unica, interminabile inchiesta che cambia numero di registro, viene archiviata, poi riaperta, muore e resuscita con altre ipotesi ma gli stessi nomi. L’indagine su Silvio Berlusconi (ormai scomparso da tempo, va ricordato) e Marcello Dell’Utri, accusati di essere i mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993, è stata chiusa definitivamente – almeno questa è la speranza – lo scorso 14 gennaio dal tribunale di Firenze.
Eppure, a distanza di mesi, continua a far discutere, ma non tanto per il merito della decisione – “mancano elementi concreti su contatti diretti tra Cosa Nostra e l’ex premier”, ha scritto il gip Patrizia Martucci – quanto per il conto salato che i cittadini italiani si trovano a dover pagare. Parliamo di circa 20 milioni di euro, una cifra che rappresenta verosimilmente il record italiano di spesa pubblica per dare la caccia a due innocenti (almeno per quanto riguarda questo specifico reato).
Vent’anni di intercettazioni e una voragine di bilancio senza controllo
Per comprendere l’enormità della somma, bisogna ripercorrere le voci di spesa. La prima, la più corposa, riguarda il personale: pubblici ministeri che si sono avvicendati (Pierluigi Vigna, Ubaldo Nannucci, Giuseppe Quattrocchi, solo per citarne alcuni), i loro ausiliari e, soprattutto, le sezioni specializzate della polizia giudiziaria.
In pratica, per anni, un intero centro della Dia (Direzione investigativa antimafia) di Firenze ha lavorato a tempo pieno sulla falsa pista coltivata dalla Procura, convinta che dietro le stragi di via dei Georgofili, via Palestro e le chiese romane ci fosse la regia politica di Fininvest. A ciò si aggiunge un capitolo costoso come pochi altri, quello delle intercettazioni: microspie piazzate persino nelle carceri di massima sicurezza, nella vana speranza di registrare, a decenni di distanza, un’ammissione di colpevolezza che non è mai arrivata.
A fare le spese di questo accanimento – testimoniato dai molteplici fascicoli aperti e richiusi sin dal lontano 1996 – è stato anche Marcello Dell’Utri, la cui posizione, come quella dell’amico Silvio, è stata ora definitivamente archiviata. I legali dell’ex senatore, guarda caso, hanno scoperto la fine dell’incubo solo per caso, venti giorni fa, accedendo al portale del tribunale, a dimostrazione di una gestione opaca che ha negato persino la comunicazione ufficiale dell’esito.
Omissioni, hacker e un quadro indiziario inconsistente
Il decreto firmato dal gip Martucci, finalmente reso pubblico dopo mesi di attesa, contiene alcuni passaggi inquietanti che vanno oltre la semplice assoluzione. Da un lato, il giudice non ha potuto fare a meno di riconoscere la persistenza di un “quadro indiziario significativo” nei confronti di Dell’Utri, frutto di decenni di investigazioni e dichiarazioni di pentiti. Dall’altro, però, ha dovuto constatare l’amara realtà: tutto ciò non basta per andare a processo, perché mancano i riscontri fattuali, i “contatti diretti” con i boss.
E mentre sul banco degli imputati virtuali restano ombre pesanti, il provvedimento è ricco di omissis, quelli che coprono i nomi di altri indagati minori o i dettagli più spinosi. Tra questi, spicca il riferimento all’hacker di Equalize, Samuele Calamucci (il cui nome è emerso dalle carte), che intercettato avrebbe parlato di presunti rapporti tra Berlusconi e la criminalità organizzata. Tuttavia, nemmeno queste suggestive rivelazioni digitali sono bastate a tenere in vita un’indagine che ormai, ammettiamolo, poggiava i piedi su fondamenta di sabbia.
Milioni bruciati per un nulla di fatto che nessuno restituirà
La reazione della politica, inevitabile, è stata affidata al capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa. “In qualunque azienda privata – ha dichiarato con amarezza – un bilancio simile sarebbe stato depositato a disposizione degli azionisti”. Ma nello Stato, a quanto pare, valgono altre regole. Non esiste una rendicontazione trasparente per le procure: la pagina “amministrazione trasparente” della Procura di Firenze, paradossalmente, non fornisce alcun dato sui costi sostenuti.
Ecco quindi che le spese di viaggio per interrogatori, i trasferimenti dei pentiti, le consulenze tecniche e le interminabili ore di lavoro della polizia giudiziaria si trasformano in un buco nell’acqua da 20 milioni di euro. Una cifra mostruosa – si parla di oltre 40 miliardi delle vecchie lire – che nessuno, probabilmente, sarà mai costretto a risarcire. I magistrati si avvicendano, le competenze si perdono tra un ufficio e l’altro, e l’unico dato certo è che lo spreco di denaro pubblico, in questo Paese, continua a essere un reato quasi sempre impunito.




