Dell’Utri e quei 42 milioni donati da Berlusconi: il “prezzo del silenzio” arriva a processo
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Redazione Interno
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Il 9 luglio, davanti al tribunale di Milano, si aprirà ufficialmente il processo che vede imputato l’ex senatore Marcello Dell’Utri, figura storica – se non proprio l’ombra fedelissima – dell’era berlusconiana, insieme alla moglie Miranda Ratti. A deciderlo è stata la gup Giulia Marozzi, che ha accolto le richieste dell’accusa trasformando in udienza dibattimentale un’inchiesta nata a Firenze e poi confluita nel capoluogo lombardo per ragioni di competenza territoriale, dopo un’eccezione sollevata dalla difesa. Il nodo centrale, attorno al quale ruotano contestazioni gravi e uno stillicidio giudiziario che non si è fermato nemmeno dopo la morte di Silvio Berlusconi, avvenuta ormai quasi tre anni fa, riguarda una somma complessiva di circa 42 milioni di euro. Sarebbero stati trasferiti, secondo gli inquirenti, attraverso otto distinti bonifici dal fondatore di Forza Italia al suo storico collaboratore; un flusso di denaro che la procura fiorentina, incassando nel tempo numerose sconfitte processuali, ha sempre letto come il corrispettivo per comprare il silenzio di Dell’Utri su Cosa Nostra e sulle stragi degli anni Novanta.
L’obbligo dichiarativo violato per dieci anni
La questione giuridica, però, è più sfumata di una semplice accusa di millantato credito o concussione. Dell’Utri, condannato in via definitiva nel 2014 a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa (pena che ha già interamente scontato), è sottoposto a una misura di prevenzione prevista dalla legge Rognoni-La Torre del 1982. In quanto condannato per reati di mafia, l’ex senatore ha l’obbligo di comunicare alla Guardia di Finanza, per un decennio, qualsiasi variazione patrimoniale significativa, in aumento o in diminuzione. Ebbene, tra il 2014 e il 2024, secondo l’accusa, Dell’Utri avrebbe omesso di segnalare di aver ricevuto dal Cavaliere almeno 13 milioni e 410mila euro; una cifra che rappresenta soltanto una parte dei 42 milioni complessivi contestati, ma che basta da sola a sostenere il capo d’imputazione per violazione delle norme antimafia.
La difesa: “Affetto, non ricatto”
A sostenere la tesi dell’accusa, e quindi a chiedere il rinvio a giudizio, è stata la procura di Milano dopo il trasferimento del fascicolo avvenuto nel marzo del 2025. I pubblici ministeri, riprendendo le vecchie impostazioni dei colleghi fiorentini, parlano di denaro versato per ottenere il silenzio di Dell’Utri: una sorta di “prezzo” per non rivelare particolari scottanti sui rapporti tra Fininvest e la Cupola mafiosa. La difesa, rappresentata dagli avvocati Francesco Centonze e Filippo Dinacci, ha sempre respinto con forza questa lettura, definendo quelle somme – che arrivavano da Berlusconi – semplicemente come donazioni dettate da amicizia e affetto verso un uomo in difficoltà. I legali hanno già annunciato che proveranno in aula la totale estraneità del loro assistito, e della moglie Miranda Ratti, rispetto a qualsiasi intento occultatorio.
Un processo che parla anche da morto
La particolarità di questo procedimento, ed è un aspetto che gli osservatori giudiziari non mancano di notare, è che Berlusconi siederà simbolicamente al fianco di Dell’Utri, seppure da testimone d’oltretomba. Perché i 42 milioni – o almeno la parte di essi che risulterà provata – sono usciti dai conti del leader di Forza Italia, e senza la sua volontà liberale quelle disponibilità non sarebbero mai arrivate all’ex presidente di Publitalia. La procura sostiene che si tratti di bonifici anomali, mentre la difesa ribadisce che si è trattato di atti di generosità fra due persone legate da decenni di militanza politica e imprenditoriale. Il gup Marozzi, nel disporre il rinvio a giudizio, ha ritenuto che le evidenze raccolte siano sufficienti per sostenere l’accusa in dibattimento, non certo per formulare un anticipo di condanna. E così, con l’udienza fissata ai primi di luglio (il 2 luglio, per la precisione, mentre l’apertura effettiva delle discussioni è stata calendarizzata per il 9), Milano diventa il palcoscenico di un nuovo atto processuale che mescola diritto, ricostruzione storica e i resti ancora caldi di una stagione politica segnata da inchieste infinite.




