Vino, cala l’export italiano (-8,2%). Piemonte in controtendenza supera la Toscana
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Redazione Economia
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Le vendite all’estero del vino tricolore continuano a scontare un saldo pesantemente negativo, un’emorragia che nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un valore complessivo di 1,7 miliardi di euro, segnando una flessione dell’8,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
L’analisi, condotta da WineNews sui dati grezzi forniti dall’Istat, rivela tuttavia un aspetto che merita attenzione: la netta ripresa registrata nel mese di marzo, la quale – sebbene non sufficiente a colmare il divario accumulato nei primi due mesi dell’anno – interrompe una fase discendente che sembrava inarrestabile. A trainare questo timido ma significativo miglioramento non è stata la solita locomotiva del Nordest, bensì una regione che, sorprendendo gli analisti, ha scalato le posizioni sul podio nazionale.
Il sorpasso piemontese e la tenuta del Veneto
Osservando la mappa regionale, emerge un quadro tutt’altro che omogeneo, dove accanto a dati preoccupanti si stagliano eccellenze capaci di reagire al gelo dei mercati internazionali. Il Veneto, patria indiscussa del Prosecco e dei vini della Valpolicella, resta la prima forza trainante dell’export con un controvalore di 621,4 milioni di euro, ma paga un prezzo salato per la sua esposizione globale: il calo del 9,7% rispetto al primo trimestre del 2025 è una spia che accende i riflettori sulla vulnerabilità dei grandi volumi.
A cambiare le gerarchie, per quanto concerne la seconda posizione, è il Piemonte: unico caso positivo tra le big del settore, chiude il trimestre con un incremento dello 0,5% toccando quota 255,2 milioni di euro, scavalcosì la Toscana che – con i suoi 251,6 milioni – precipita dell’8,3%. Un sorpasso, questo, che certifica una resilienza straordinaria per i vini piemontesi, i quali, a discesa della crisi dei consumi, riescono a difendere il proprio valore aggiunto.
Marzo, la timida inversione di rotta
Se il dato aggregato dei tre mesi appare ancora offuscato da un passivo pesante, la fotografia scattata a marzo mostra una dinamica profondamente diversa rispetto all’inizio dell’anno. L’export di vino – che a gennaio aveva subito un crollo verticale del 18,7% e a febbraio arrancava ancora in doppia cifra – ha cambiato passo nella parte finale del trimestre, riducendo drasticamente la distanza con i valori del 2025.
In particolare, le spedizioni verso i paesi dell’Unione Europea hanno segnato un incoraggiante +6,7% su base annua, a dimostrazione del fatto che la domanda interna al continente rimane un argine solido alle turbolenze globali.
Parallelamente, anche il mercato statunitense – principale calvario del settore a causa dell’impatto delle tariffe addizionali – ha mostrato segni di assestamento: le perdite su base annua, che a gennaio sfioravano il 35%, si sono progressivamente ridotte attestandosi a marzo su percentuali più contenute, suggerendo che l’onda d’urto più violenta potrebbe essere alle spalle.
Oltre i dazi: una crisi strutturale da decifrare
Da parecchio tempo, il dibattito interno al comparto ha individuato un capro espiatorio comodo per giustificare il progressivo rallentamento: i dazi americani, la cui introduzione ha effettivamente morso a fondo riducendo il valore dell’export verso gli Usa di oltre 340 milioni di euro nell’arco di un anno. Eppure, se è vero che l’incubo delle tariffe ha complicato la vita ai produttori costringendoli a comprimere i margini per restare competitivi, appare sempre più riduttivo raccontare questa storia come se il problema fosse esclusivamente una questione di politica commerciale statunitense.
I numeri diffusi dall’Istat raccontano di un calo diffuso che non risparmia nemmeno i mercati teoricamente immuni da guerre tariffarie, sollevando il sospetto che l’enologia italiana stia fronteggiando un mutamento strutturale delle abitudini di consumo oltreoceano e non solo.
La flessione dell’8,3% nel valore totale, accompagnata da un arretramento del 4% nei volumi, evidenzia una contrazione che investe l’intero comparto, dalle bollicine ai fermi, lasciando intendere che – al di là delle incertezze geopolitiche – la sfida vera per il made in Italy sarà riconquistare centralità in un palato globale sempre più esigente e meno incline agli eccessi di spesa.




