Primo Maggio 2026, il sindacato torna unito a Marghera tra intelligenza artificiale e sicurezza negata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scelta, tutt’altro che casuale se si considera la stratificazione storica del luogo, è ricaduta su Marghera: il cuore dell’area industriale veneziana, un tempo motore del miracolo economico e oggi emblema delle ferite lasciate dalla deindustrializzazione. È qui, in piazza Mercato, che i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di celebrare il Primo Maggio del 2026, abbandonando quelle divisioni che lo scorso anno avevano portato i tre leader a scegliere piazze separate per tornare a parlare con una voce sola, o quasi, sul tema del “lavoro dignitoso”.

Ma se l’unità ritrovata rappresenta il contenitore, sono i contenuti a bruciare, ispirandosi a cronache drammatiche e a trasformazioni epocali che investono il tessuto produttivo nazionale. PierPaolo Bombardieri, sul palco allestito per l’occasione, ha messo il dito nella piaga della piaga: “Ogni anno perdiamo giovani e otto milioni di italiani vivono con meno di 15mila euro”. Il leader della Uil ha inoltre ribadito la necessità di “rivedere tutto il sistema di appalti e subappalti anche pubblici”, un grido di allarme contro il dumping contrattuale che, come dimostrato recentemente da altri casi, continua a rappresentare una delle piaghe più insidiose per chi opera nei cantieri o nei servizi.

L’altra grande incombente, quella che spaventa i colletti bianchi tanto quanto la caduta dall’alto spaventa gli operai edili, risponde al nome di intelligenza artificiale. A sollevare il tema è stata Daniela Fumarola della Cisl, ricordando un episodio avvenuto proprio qui a Marghera qualche mese fa, quando una multinazionale americana ha deciso di lasciare a casa 37 dipendenti altamente specializzati, sostituiti da algoritmi. “Qui ci sono stati 37 licenziamenti dovuti all'utilizzo dell'AI, una sfida che dobbiamo vincere insieme”, ha sottolineato il segretario, introducendo un tema che, ancora privo di una regolamentazione efficace, rischia di travolgere interi settori senza alcuna rete di sicurezza sociale.

Dal Veneto alla Sicilia, lo spettro dello sfruttamento nel commercio e nei servizi

Non solo grandi fabbriche chimiche dismesse o uffici informatici d’avanguardia. La Festa dei Lavoratori del 2026 ha portato con sé la rabbia sorda di chi opera nell’ombra dei centri commerciali o nelle pieghe della ristorazione. Nuccio Corallo, a nome della Filcams Cgil di Caltanissetta, ha alzato il tiro denunciando condizioni definite “di sfruttamento” che riguardano commesse e lavoratori dei servizi. “Non possiamo tollerare – ha tuonato il sindacalista citando un linguaggio diretto – che nel 2026 esistano ancora ‘muri di scuse’ e lungaggini burocratiche che calpestano i diritti fondamentali”.

Il riferimento è a un sistema perverso dove i contratti part-time nascondono spesso giornate lavorative intere, un fenomeno particolarmente radicato nella grande distribuzione e nei piccoli esercizi del Sud, ma ormai endemico in tutta la Penisola. Per Corallo, il 1° maggio non è solo una celebrazione, ma “un momento di memoria attiva per onorare chi, con il proprio sacrificio, ha scritto lo Statuto dei lavoratori”, unendo idealmente le lotte dei braccianti del sud con quelle degli operai del nord.

Il corteo torinese e la riflessione di Tassone sul rituale del lavoro

Mentre a Marghera si susseguivano gli interventi dei vertici nazionali, il Piemonte ha visto sfilare il tradizionale corteo per le strade di Torino. Partito da Corso Cairoli, il fiume di manifestanti ha attraversato le vie centrali della città, accompagnato oltre che dai sindacati anche dall’Anpi e dal sindaco Stefano Lo Russo, confluito in piazza Castello per ascoltare gli interventi conclusivi. A differenza della compattezza esibita nel Veneziano, il clima torinese ha riflettuto le tensioni locali legate alla crisi dell’automotive e alla riconversione industriale, temi caldi per la ex capitale della Fiat.

In una chiave più analitica, quasi sociologica, si è espressa la riflessione di Mario Tassone. Lui stesso ha ammesso di aver avuto “qualche esitazione” prima di prendere la parola, per paura di “cedere alla ritualità ripetitiva”. La sua analisi ha messo in luce come, sebbene le condizioni socio-economiche del Paese cambino rapidamente, le liturgie verbali del Primo Maggio rischiano talvolta di restare immobili, incapaci di intercettare le nuove paure di una generazione che si affaccia a un mercato del lavoro liquido e dominato dalla precarietà tecnologica.

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