La doppia anima del commercio italiano: l'e-commerce avanza ma il negozio fisico non cede
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Redazione Economia
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Nel panorama economico italiano, segnato da trasformazioni profonde e talvolta contraddittorie, si consolida un modello di consumo bifronte che sfida le previsioni più apocalittiche. Mentre il commercio elettronico, com'è noto, continua a correre a un ritmo sostenuto, quasi il 90% delle vendite al dettaglio di prodotti trova ancora la sua conclusione tra le pareti di un esercizio fisico. Un dato, questo elaborato dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che disegna una geografia commerciale tutt'altro che omogenea, dove il digitale, pur essendo divenuto una componente strutturale e in piena espansione, non ha affatto spento il valore della prossimità. La resistenza dei negozi di vicinato, che qualcuno si affretta periodicamente a dare per condannati, appare dunque come un fenomeno solido, capace di generare occupazione e di preservare, nonostante tutto, una certa qualità della vita urbana.
Un ritmo di crescita a due velocità
La forbice tra i due mondi, d'altro canto, è tangibile nei numeri che ne misurano la dinamica: l'e-commerce avanza a un tasso che è più che doppio rispetto a quello registrato dalla piccola distribuzione tradizionale. Questo slancio, innegabile, non si traduce però in una sostituzione, bensì in una convivenza forse inaspettata, che lascia alla vendita online una fetta di mercato ancora minoritaria seppur in crescita. Ciò di cui si parla, insomma, è una riconfigurazione delle abitudini d'acquisto, dove il canale fisico rimane il perno principale per la maggioranza dei consumi, mentre quello virtuale si ritaglia spazi sempre più ampi in settori specifici. Una partita, la loro, che si gioca su terreni diversi, con logiche che spesso si intrecciano senza annullarsi a vicenda.
Il divario geografico: il caso emblematico della Sicilia
A complicare il quadro, rendendolo ancor più variegato, interviene poi una marcata differenza territoriale. L'analisi della Cgia, attingendo ai dati Istat, mette in luce come la propensione agli acquisti online non sia affatto uniforme lungo lo Stivale. La Sicilia, ad esempio, si attesta come una delle regioni dove il fenomeno è meno radicato: nel 2024, soltanto il 30,7% dei residenti osservati – su un campione di 1,47 milioni di persone – ha compiuto almeno un acquisto via web nell'ultimo anno. Una percentuale che colloca l'isola al penultimo posto della classifica nazionale, preceduta di poco dalla Calabria. Questi numeri, al di là delle mere statistiche, raccontano di un Paese spaccato in due anche sotto il profilo commerciale, con aree dove il legame con il negozio reale resiste più tenacemente che altrove.
La tenuta del modello ibrido e le sue implicazioni
La persistenza di un simile modello ibrido, che possiamo definire di coesistenza selettiva, ha delle implicazioni che vanno ben al di là dei puri indicatori di fatturato. La sopravvivenza di un tessuto commerciale diffuso, fatta di piccole e medie attività, ha un impatto diretto sull'occupazione, sul presidio dei centri urbani e sulla stessa socialità degli spazi pubblici. Non si tratta, quindi, di una semplice questione di preferenze di consumo, ma di un elemento che influisce sulla struttura economica e sociale delle città. La Lombardia, regione trainante e spesso all'avanguardia, non fa eccezione: anche lì, nonostante la penetrazione tecnologica sia senza dubbio più avanzata, il dato di fondo conferma che la stragrande maggioranza delle transazioni si conclude in un luogo fisico. Una tendenza, questa, che sembra suggerire come il futuro del retail non sarà scritto in un'unica lingua, ma in un bilinguismo obbligato tra clic e vetrine.




