Via libera alla manovrina del governo, tra austerity e coperture ballerine

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il governo, con la manovra appena varata dal Consiglio dei ministri, ha imboccato senza esitazioni la strada dell'austerità, optando per una politica di conti in ordine che, se da un lato rispetta i nuovi vincoli di bilancio europei, dall'altro sembra ignorare deliberatamente le esigenze di una crescita economica ormai prossima allo zero. Una scelta, questa, che rievoca le atmosfere di un passato non troppo lontano, quando la risposta alle crisi si declinava principalmente attraverso il rigore finanziario. Se ne vedono già gli effetti, molti dei quali appaiono controproducenti: con il Pil in stallo e il rischio di una nuova fase recessiva all'orizzonte, la decisione di comprimere ulteriormente il deficit annuale, anziché bilanciare la stagnazione con una manovra espansiva, rischia di innescare una pericolosa spirale verso il basso, aggravando la condizione di chi già fatica ad arrivare alla fine del mese.

Le critiche delle opposizioni e i numeri di una manovra esigua

Le opposizioni, com'era prevedibile, sono andate subito all'attacco, definendo l'operato dell'esecutivo non solo insufficiente ma addirittura dannoso. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha paragonato l'intervento a voler "fronteggiare uno tsunami con un secchiello", mentre per il senatore dem Antonio Misiani la manovra si caratterizza come "modesta e rinunciataria". Osservando l'entità delle leggi di Bilancio approvate dal 2020 a oggi, comprese le tre precedenti a questa dello stesso governo, i dubbi sull'effettiva portata della cosiddetta mini-manovra trovano una conferma oggettiva nei numeri. Di concreto, in un quadro così ristretto, poteva esserci ben poco e, infatti, le misure sono poche e di portata limitata, destinate a lasciare il tempo che trovano.

I contenuti: i tagli per salari e lavoro povero

In un contesto generale di risorse esigue, ammontano a meno di due miliardi gli stanziamenti dedicati al contrasto dei salari da fame e del lavoro povero, una somma che si prevede di destinare a un sostegno, per lo più simbolico, dei contratti di lavoro al di sotto di una certa soglia reddituale annua. Si tratta, nelle intenzioni della premier e della ministra competente, di una "spintarella" per rilanciare i redditi più bassi, un auspicio che, tuttavia, scontrandosi con l'esiguità dei fondi, difficilmente potrà tradursi in un miglioramento tangibile per le fasce più deboli. La manovra, in definitiva, premia il suo blocco sociale di riferimento senza riuscire a scalfire le cause profonde del malessere economico.

Le dichiarazioni rassicuranti e la strategia a lungo termine

Nonostante le critiche e le evidenti lacune, la manovra leggera da 18,7 miliardi sembra essere riuscita nell'intento di accontentare tutti i partiti della coalizione di maggioranza. Il vicepremier Antonio Tajani, intervenendo sulla questione, ha difeso l'operato del governo sottolineando come non ci siano state "stangate" su settori cruciali come quello bancario e assicurativo e come la strategia economica dell'esecutivo sia da inquadrarsi in un disegno più ampio, legato all'intera legislatura. Lo stesso Tajani ha poi lasciato intendere che per l'anno successivo si punta a una Legge di Bilancio "più ricca", quasi a voler ammettere le limitazioni strutturali dell'attuale intervento e a spostare in avanti nel tempo le attese per un cambio di passo che, al momento, non trova riscontro nei fatti.

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