Tutti a piedi, di nuovo: l’austerity dei consumi è già servita

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Se il grado di liberalismo di uno Stato – o di un organismo sovranazionale – si misura nella capacità di tutelare i diritti inalienabili e l’autonomia dell’individuo quando le cose si mettono male, allora l’attuale crisi energetica rappresenta un test durissimo. Ce ne stavamo rendendo conto ieri, mentre scorrevamo il piano presentato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia per fare fronte alla guerra in Medio Oriente: un’architettura di misure che, nella sua essenza, riconsegna ai cittadini il gusto – per nulla dolce – della precettazione. Non c’è solo la minaccia, sempre più concreta, di un razionamento pesante che aleggia dall’altra parte dell’Atlantico; c’è anche il peso specifico delle scelte europee, con una presidente della Commissione pronta a staccare la corrente pur di non acquistare gas e petrolio dalla Russia, a dimostrazione che la logica della “decrescita felice” imposta dall’alto è tornata a bussare alle porte delle nostre abitazioni.

L’Agenzia internazionale per l’energia, nelle scorse ore, ha messo nero su bianco una serie di azioni immediate sul versante della domanda: un vademecum per governi, imprese e famiglie studiato per attutire gli impatti economici di una crisi che, a detta degli stessi analisti, non ha precedenti. Il conflitto in corso – spiega il rapporto – ha innescato la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale. Il nodo è tutto lì, in quell’arteria vitale che è lo Stretto di Hormuz: il traffico marittimo, che di norma trasporta circa il 20% del consumo mondiale di petrolio, è stato ridotto al minimo. È una paralisi che toglie dal mercato qualcosa come 20 milioni di barili al giorno, con il prezzo del greggio che ha superato abbondantemente la soglia dei 100 dollari, facendo lievitare in modo sproporzionato i costi di prodotti raffinati come gasolio e carburante per aerei.

Eppure, c’è un déjà-vu che si affaccia nella memoria collettiva. Ne avevamo già vissuta una, di crisi così pesante, sul finire del 1973. Chi se la ricorda, sa bene cosa significassero le “domeniche a piedi”: il blocco totale delle auto private nei giorni festivi, l’illuminazione pubblica ridotta all’osso, i locali costretti a chiudere in anticipo. Era la cosiddetta “austerity”, un termine che torna prepotentemente d’attualità. Oggi, l’Aie non parla esplicitamente di domeniche a piedi, ma la sostanza delle sue dieci raccomandazioni traccia un perimetro di vita quotidiana destinato a restringersi.

Smart working obbligato, limiti di velocità e l’addio ai voli

La ricetta dell’Agenzia è un mix di buon senso imposto e di restrizioni mirate. Al primo posto c’è lo smart working: lavorare da casa, quando possibile, non è più solo una comodità ma diventa un imperativo categorico per tagliare gli spostamenti casa-lavoro, riducendo così il consumo di benzina e diesel. In parallelo, arriva la stretta sui limiti di velocità: l’invito è di abbassarli in autostrada di almeno 10 chilometri orari, perché una guida meno sostenuta – sia per le auto private che per i mezzi pesanti – si traduce in un risparmio immediato di carburante. Sono interventi che, nelle intenzioni, si propongono di alleggerire la pressione sulle famiglie e di preservare le scorte per gli usi essenziali.

Ma non finisce qui. Il documento punta il dito anche contro il traffico aereo: laddove esistano alternative valide, i viaggi in aereo – specialmente quelli di lavoro – vanno ridotti drasticamente. Un modo per alleggerire la domanda di carburante per aerei, che in questo momento di crisi rappresenta una voce di consumo non secondaria. Per le grandi città, si suggerisce addirittura il ritorno a sistemi di accesso alternato per le auto private, come la rotazione delle targhe in giorni diversi, una misura che nei decenni scorsi abbiamo imparato a conoscere bene come rimedio d’emergenza contro lo smog e che oggi torna utile per limitare la circolazione e il consumo di energia.

Gas di petrolio liquefatto, cottura dei cibi e l’illusione delle scorte strategiche

C’è poi un capitolo delicato che riguarda il gas di petrolio liquefatto (Gpl), un bene diventato preziosissimo. L’Agenzia suggerisce di spostarne l’uso dal settore trasporti agli impieghi domestici essenziali, primi fra tutti la cottura dei cibi. In questo senso, si incoraggia il passaggio a soluzioni di cottura moderne ed elettriche, laddove possibile, per ridurre la dipendenza dal Gpl e tutelare le famiglie più vulnerabili, evitando al contempo il ritorno a combustibili più inquinanti. Anche l’industria è chiamata a fare la sua parte: nei Paesi in cui le forniture sono sotto pressione, gli impianti potrebbero passare a materie prime alternative, come la nafta, liberando così risorse per gli usi più urgenti.

Tutto questo accade mentre l’Agenzia ha già messo in campo una risposta d’emergenza senza precedenti: il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, un intervento più che doppio rispetto a quello attuato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Una mossa che, sulla carta, doveva calmierare i prezzi ma che, di fatto, non ha sortito l’effetto sperato. I mercati non hanno risposto con un abbassamento proporzionale dei prezzi, segno che la psicosi da scarsità è più forte di qualsiasi iniezione di greggio. Le riserve restano comunque solide – oltre 1,2 miliardi di barili di scorte strategiche, più altri 600 milioni di scorte industriali – ma la sensazione è che si tratti di un tampone, non di una cura.

L’illusione del risparmio e il peso della politica estera

La verità, sottolineata più volte dall’Aie, è che il rilascio delle scorte, per quanto massiccio, rimane una misura provvisoria in assenza di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz. Il direttore esecutivo, Fatih Birol, lo ha ripetuto con chiarezza: la ripresa del transito attraverso quella via d’acqua è l’unico vero fattore in grado di riportare stabilità. Fino ad allora, l’economia globale è costretta a fare i conti con una perdita di produzione stimata in 8 milioni di barili al giorno, una contrazione dell’offerta superiore a qualsiasi altra osservata negli ultimi cinquant’anni, persino più grave di quella del 1973.

E mentre le misure di austerity si apprestano a diventare una routine quotidiana, l’ombra della politica estera si allunga sulle scelte dei singoli Stati. La presidente della Commissione europea, in sintonia con le posizioni espresse in sede di G7, ha ribadito la linea dura: non si allentano le sanzioni alla Russia, nemmeno di fronte allo spettro di un inverno senza energia. Una posizione che, se da un lato rassicura sull’unità del fronte occidentale, dall’altro lascia intendere che il costo di questa coerenza politica lo pagheranno i cittadini, chiamati a ridurre tutto: gli spostamenti, la velocità, i viaggi, persino il modo di cucinare.

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