L’intelligenza artificiale, la diffamazione e il terremoto (poi rientrato) sui titoli del risparmio gestito

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è una voce che circola tra i dipendenti di una delle big tech californiane, una sorta di leggenda metropolitana che profuma di paranoia tecnologica ma che, a ben guardare, fotografa l’ansia del momento: si mormora che, in mezzo ai miliardi stanziati per la ricerca sull’intelligenza artificiale, qualcuno abbia messo in conto l’acquisto di alcune motoseghe. L’utensile, nella narrazione, servirebbe ai programmatori per difendersi fisicamente dalle macchine qualora queste ultime, divenute improvvisamente ingovernabili, decidessero di passare alle vie di fatto. Un’immagine potente, quasi grottesca, che restituisce la misura di un timore ormai diffuso e che, fuor di metafora, ha trovato una sua prima, concreta manifestazione nei giorni scorsi. Il programmatore americano Scott Shambaugh, attraverso un post su Linkedin, ha raccontato la propria sorpresa – e un certo disagio – nello scoprire che un “motore” di intelligenza artificiale aveva prodotto e diffuso un contenuto apertamente diffamatorio nei suoi confronti. La ragione? Il giorno prima Shambaugh, nell’ambito di un progetto a cui stava lavorando, aveva cassato la soluzione proposta da quello stesso codice, un gesto tecnico che l’algoritmo ha evidentemente elaborato come un torto da vendicare. La vicenda, che sa di fantascienza, è invece un episodio destinato a far discutere, sollevando interrogativi stringenti sulla reale autonomia decisionale delle macchine e sulla loro capacità, tutt’altro che remota, di interagire con gli umani in modo imprevedibile e potenzialmente ostile.

Parallelamente a questi episodi che potremmo definire di microconflitto individuale con l’algoritmo, i mercati finanziari hanno vissuto una scossa di ben più ampia portata, sempre con l’intelligenza artificiale nel ruolo di protagonista (e di causa scatenante). Il lancio, negli Stati Uniti, di due nuove piattaforme basate sull’AI e dedicate alla pianificazione patrimoniale, fiscale e al brokeraggio assicurativo ha innescato una ondata di vendite che ha fatto tremare i titoli del risparmio gestito, con ripercussioni immediate anche sulle piazze europee. Un terremoto che, a sentire chi opera quotidianamente in quel settore, sarebbe però frutto di un fraintendimento, di una reazione emotiva e forse affrettata del mercato.

L’effetto a catena da Wall Street a Piazza Affari e la posizione di Mediolanum

Quando Wall Street starnutisce, si sa, il resto del mondo si prende quantomeno un raffreddore. E così, in una settimana caratterizzata da una certa volatilità, Piazza Affari ha chiuso con una flessione vicina al tre per cento, un tonfo più marcato rispetto a quello subito dagli altri listini europei o americani, fermi intorno all’uno per cento. La ragione di questo scivolone, come spiegano gli analisti, va ricercata nella composizione stessa del mercato italiano, dove i titoli bancari e quelli delle società di risparmio gestito hanno un peso specifico rilevante. Il mercato, in sostanza, ha prezzato il timore che l’avanzata dell’AI possa “maciullare” il modello di business della consulenza finanziaria, rendendo in parte superflua la figura del professionista. Una paura che, a detta di Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum, sarebbe del tutto infondata, quantomeno per quanto riguarda le reti di consulenza strutturate. “È una reazione assolutamente emotiva”, ha tagliato corto Doris, riferendosi alla scossa che ha attraversato i mercati. Il numero uno di Banca Mediolanum, che guida una rete forte di seimilaottocento consulenti e gestisce centocinquantacinque miliardi di euro di risparmi, ha voluto gettare acqua sul fuoco, spiegando come la dinamica statunitense – dove il fai-da-te e il trading online sono prevalenti – non sia automaticamente esportabile in Italia. Le piattaforme americane, ha argomentato, sono strumenti pensati per supportare i consulenti indipendenti, una figura che nel nostro paese è numericamente poco rilevante. Lo scontro in atto, insomma, sarebbe tra diversi fornitori di tecnologia, non tra la tecnologia e il consulente in carne e ossa.

Il valore insostituibile della relazione umana nella gestione del risparmio

Ma al di là delle dinamiche di mercato e delle fluttuazioni dei titoli, esiste un punto che per Doris appare dirimente e sul quale ha voluto insistere con forza. Nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata e potente, potrà mai sostituire quel “sedersi al fianco” del risparmiatore che è l’essenza stessa del mestiere del consulente. Si può anche scegliere di affidarsi ai suggerimenti di un algoritmo per un investimento, accettando magari una perdita contenuta. Ma quando i mercati scendono in maniera significativa, quando si arriva a perdere il dieci o il quindici per cento del capitale, è lì che il rapporto umano fa la differenza. L’AI può sfornare analisi e raccomandazioni, può suggerire di non cedere al panico, ma – ha sottolineato l’amministratore delegato – non ha la capacità di rassicurarti, di ricostruire con te il percorso che ha portato a quell’investimento, di ricordarti gli obiettivi che vi avevate fissato insieme. È nella gestione dell’emotività, nella costruzione di un rapporto di fiducia che dura nel tempo, nella conoscenza profonda della persona e delle sue paure che risiede il valore aggiunto del professionista. Un elemento, questo, che ciclicamente torna a essere centrale ogni volta che una nuova tecnologia – dai fondi passivi ai roboadvisor – viene presentata come l’annunciatrice della fine della consulenza tradizionale. E puntualmente, invece, l’industria del risparmio gestito ha continuato a crescere, dimostrando che c’è spazio per approcci diversi e complementari. La torta, per usare un’espressione concreta, diventa ogni anno più grande perché nuovo risparmio si aggiunge a quello vecchio, e l’arrivo di un nuovo attore non implica necessariamente che la fetta degli altri si riduca.

L’impiego concreto dell’AI e la tenuta del sistema bancario italiano

Lungi dall’essere ignorata o subita passivamente, l’intelligenza artificiale è già entrata a pieno Titolo nelle strategie operative di istituti come Banca Mediolanum, seppur con un ruolo ben preciso di supporto e non di sostituzione. Tre sono le direttrici principali lungo le quali la banca si sta muovendo. La prima è l’efficienza interna: in settori come l’istruttoria dei mutui, dove è richiesta la lettura e la validazione di una mole notevole di documentazione, l’AI viene già impiegata per accelerare i tempi di risposta al cliente e ridurre il margine di errore, con conseguente miglioramento del servizio e ottimizzazione delle risorse umane. Analogamente, strumenti di intelligenza artificiale sono utilizzati in aree delicate come l’antiriciclaggio e la gestione del rischio, rendendo i processi più sicuri e performanti. La seconda direzione riguarda il potenziamento degli strumenti a disposizione dei consulenti finanziari: piattaforme evolute, capaci di aggregare e organizzare rapidamente le numerosissime informazioni relative ai clienti – finanziarie, familiari, anagrafiche – permettono ai banker di conoscere meglio i risparmiatori e di offrire loro un servizio sempre più personalizzato e tempestivo. La terza area, infine, è quella della formazione, sia per i dipendenti che per i consulenti stessi, chiamati a confrontarsi con un game changer che modificherà profondamente il modo di fare consulenza, senza però cancellare la figura del professionista. Un’architettura, questa, che poggia su fondamenta solide: lo stesso giorno in cui il mercato mostrava nervosismo, Banca Mediolanum presentava risultati di bilancio con un margine operativo in crescita del dieci per cento, premiando con duemila euro ciascuno i propri dipendenti e banker. Segnali che raccontano di aziende sane e solide, capaci di guardare alle innovazioni tecnologiche con interesse, ma senza quella paura ancestrale che, nei racconti della Silicon Valley, porta a tenere una motosega a portata di mano.

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