I conti pubblici e la “sproporzione” dei prezzi: il governo taglia le accise, ma dimezza lo sconto sulla benzina
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Redazione Economia
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La salute dei conti pubblici italiani, tanto precaria quanto lo dimostra l’ultimo gioco di prestigio fiscale del governo, parla chiaro attraverso i numeri del nuovo decreto sulle accise. Il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri 30 aprile, ha infatti varato una proroga lampo – della durata di appena 21 giorni, fino al 23 maggio – per il taglio delle accise sui carburanti, ma lo ha fatto introducendo un’asimmetria che modifica profondamente la portata del provvedimento precedente, lasciando gli automobilisti con il cerino in mano di fronte a un rincaro inevitabile. Se per il gasolio lo sconto rimane fissato a 20 centesimi al litro (Iva esclusa), per la benzina la misura è stata ridotta drasticamente a soli 5 centesimi; una differenza, questa, che trasforma quella che era una misura orizzontale in un intervento mirato, ma dal sapore amaro per chi guida un’auto a benzina.
L’andamento dei prezzi e le motivazioni tecniche addotte da Palazzo Chigi
La ratio di questa scelta, stando a quanto dichiarato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa successiva al Consiglio dei ministri, affonda le radici in quella che lei stessa ha definito una “sproporzione importante” nei rincari delle ultime settimane. A fronte di un incremento medio del solo 6% per la benzina, il gasolio ha subito una vera e propria impennata con un +24%, un dato che avrebbe imposto di indirizzare le risorse pubbliche, ormai esigue, verso il fronte più caldo. È una logica, quella della discriminazione quantitativa, che l’esecutivo ha voluto giustificare con l’emergenza contingente, cercando di tamponare le falle di un mercato energetico sempre più influenzato dalle tensioni geopolitiche e dal ritorno delle tariffe statunitensi, quelle che nel gergo della maggioranza vengono ormai chiamate “tassa-Trump”.
Per comprendere l’impatto reale di questo intervento, che molti osservatori definiscono più simbolico che sostanziale, basta osservare il dato diffuso proprio ieri dal Mimit: stando agli ultimi rilievi, se il prezzo medio della benzina in modalità self-service si attestava ancora intorno a 1,746 euro al litro, quello del gasolio aveva già sfondato quota 2,052 euro al litro sulla rete stradale nazionale. Con il nuovo decreto, che di fatto cancella la maggior parte del “tesoretto” scontato per la benzina, il prezzo sul territorio nazionale rischia di volare ben oltre la soglia psicologica di 1,925 euro al litro già a partire da domani, primo maggio, quando le nuove aliquote entreranno in vigore.
La retorica del taglio strutturale e il peso delle coperture finanziarie
Non è sfuggita, nella ridda delle dichiarazioni ufficiali, la sottile linea argomentativa utilizzata dalla premier per giustificare il dietrofront. Rispondendo a chi le chiedeva della possibilità di rendere strutturale il taglio delle accise, una battaglia che l’ha vista schierata in prima linea in passato insieme al suo alleato Matteo Salvini, Meloni ha ammesso che la misura “costa molto per il beneficio che produce”. Un’ammissione, questa, che suona quasi come una resa di fronte alla cruda realtà dei numeri di bilancio: le risorse, reperite principalmente tramite le sanzioni dell’Antitrust e l’extragettito dell’Iva derivante dagli stessi aumenti dei prezzi, non sono sufficienti a sostenere una copertura ampia e generalizzata.
Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto, quasi come un’incoronazione della necessità, che “si lavora per le priorità che si hanno in quel momento”, lasciando intendere come il taglio orizzontale, pur essendo un obiettivo ideologico dichiarato, sia stato sacrificato sull’altare della stabilità economica più immediata. Tradotto in termini pratici, significa che tra venti giorni, alla scadenza naturale di questo terzo decreto “taglia-accise”, la residua riduzione di 5 centesimi per la benzina si esaurirà del tutto, a meno di un nuovo, improvvido intervento parlamentare. La situazione, per i gestori dei distributori e per gli automobilisti, resta dunque fluida ma profondamente orientata al rialzo.
Il governo tra emergenza e promesse mancate: il caso del gasolio
Mentre la benzina viene progressivamente abbandonata al suo destino di rialzo, il gasolio si conferma il vero banco di prova per l’azione di governo. La scelta di confermare per quest’ultimo il taglio di 20 centesimi, nonostante il costo al litro abbia ormai largamente superato i 2 euro sulla rete autostradale (dove i prezzi medi self raggiungono 2,114 euro al litro), rappresenta un tentativo di calmierare un settore strategico, quello dell’autotrasporto, in forte sofferenza.
Tuttavia, più che un intervento strutturale, questa proroga appare come un palliativo dettato dall’emergenza. Lo dimostra il fatto che ulteriori misure specifiche per i tir, proprio quelle più attese dalle associazioni di categoria, siano state rinviate a un successivo momento di confronto, slittando in un “provvedimento successivo” ancora tutto da scrivere. L’andamento asimmetrico dei prezzi, evocato dalla premier, ha finito così per legittimare una disparità di trattamento tra i due carburanti, ma ha anche acceso un faro sulla fragilità della manovra. In fin dei conti, si è voluto evitare un aumento generalizzato troppo violento scaricando però il peso principale del rientro fiscale sulle auto alimentate a benzina, un calcolo politico che rivela la difficoltà dell’esecutivo nel navigare a vista tra promesse elettorali e obblighi di cassa.




